Giovanni Verga è un outsider nel canone letterario italiano. Antiletterario, antiaulico, antiaccademico, come rilevava Luigi Russo, ha trovato la forza della sua scrittura nel rapporto diretto con la realtà, sfrondato da “i fiorellini d’Arcadia”. Nelle sue opere la letteratura non è un velo che maschera, ma un martello che batte sui chiodi della sofferenza umana e dell’ipocrisia del potere. In un periodo in cui la storia è tornata a mostrare il suo volto più terribile, con guerre, disparità sociali e autoritarismi dilaganti, il ciclo dei Vinti, di cui fanno parte I Malavoglia e Mastro don Gesualdo, ci mostra come “la fiumana del progresso” sbandierata dai potenti della terra sia in realtà una grande marea che travolge gli uomini. La continua competizione per l’affermazione e la sopravvivenza riguarda ogni classe sociale, e non lascia prigionieri: dal pescatore all’onorevole, dalla duchessa al muratore, fino all’uomo di lusso, tutti sono in lotta con tutti, e tutti sono vinti. Il realismo verghiano non giudica i vinti, ma li trae fuori dall’oblio della storia, che notoriamente è scritta dai vincitori.

L’autore non giudica

Ph: autori.net

Punto centrale del realismo verghiano è l’impersonalità del narratore. Impersonalità non vuol dire strenua neutralità, o asettica presentazione dei fatti. Il narratore, semplicemente, si sottrae dall’adesione ai valori e agli schemi di un determinato gruppo sociale. Cerca di presentare la società così com’è, nei suoi conflitti e aporie, cercando di dare dignità ed espressione ai patimenti terreni degli ultimi, dei disgraziati, dei vinti. Li accompagna nei loro passi e nei loro balbettii di analfabeti, e spesso fa proprio il personalissimo modo di giudicare dei singoli personaggi.

L’impersonalità non è l’assenza di un punto di vista, ma l’adozione di molteplici punti di vista equivalenti. Sul piano stilistico, questa scelta trasforma la narrazione gerarchizzante e sofisticata del romanzo ottocentesco in un racconto popolare, che sembra ritornare all’oralità spontanea. Sotto questo aspetto, è come se la comunità sociale si presentasse da sé stessa, senza la partecipazione dell’autore. Il narratore tace, si eclissa, per consentire la massima illusione di realtà. “L’artista deve essere nella sua opera come Dio nella creazione, invisibile e onnipotente; che lo si senta dappertutto, ma che non lo si veda”. Così teorizzava Flaubert in una lettera a mademoiselle Leroyer de Chantepie, nel 1857.

I vinti e la loro storia: il realismo verghiano de I Malavoglia

L’incipit dedicatorio della novella L’amante di Gramigna contiene una feconda riflessione di poetica verista. Verga si rivolge con tono epistolare allo scrittore Salvatore Farina: «… il racconto è un documento umano… Io te lo ripeterò così come l’ho raccolto pei viottoli dei campi, press’a poco con le medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare… senza stare a cercarlo fra le linee del libro, attraverso la lente dello scrittore… La mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile e l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé.» L’autore si astiene. Ma proprio perché il suo giudizio si dirada emerge più nettamente un altro giudizio, quello dettato dalle regole sociali e dai poteri costituiti. Nella novella Rosso Malpelo, il protagonista sa già di essere segnato per la vita dalle condizioni sfavorevoli in cui è nato. “A che giova? Sono Malpelo”. Malpelo, cioè mal nato. La sua condanna socialmente determinata (egli è il capro espiatorio del paese) genera una vita sotto il segno della colpevolezza.

Il giudizio autoriale è calato e diluito all’interno del mondo rappresentato. Ne I Malavoglia, ad esempio, la comunità di Aci Trezza considera strana la famiglia Toscano perché piange la morte del giovane Bastianazzo, e non la perdita del carico di lupini. Il cinico egoismo dell’usuraio zio Crocifisso invece viene ritenuto un punto d’onore: la realtà tragica viene stravolta dal dal giudizio approssimativo e dalla rigida ottusità provinciale. “Volete che ve la dica? La vera disgrazia è toccata allo zio Crocifisso che ha dato i lupini a credenza” Afferma Vespa, uno dei paesani.

La coralità, o per dirla con Bachtin, la polifonia del romanzo, oltre a spezzettare la visione onnisciente dell’autore, rende efficacemente l’effetto del pettegolezzo paesano, l’inutile cicalare di voci intrecciate, sovrapposte, velenosissime. Il chiacchiericcio spesso malevolo, meschino del paese, si mostra costantemente, salvo poche eccezioni, sordo alla comprensione delle ripetute tragedie dei Malavoglia. I valori umili della famiglia, dietro i quali potrebbe celarsi per davvero Verga, non sono mai affermati, ma quasi sussurrati sommessamente. Fra gli strepiti del paese, il lettore rischia quasi di perderseli per strada, se non legge con attenzione.

Lorenzo La Rovere

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