Dalle stelle (Michelin) alle stalle. Lo chef René Redzepi, gestore del ristorante Noma di Copenaghen, ha rassegnato le proprie dimissioni, a seguito di una serie di accuse di abusi avanzate contro di lui da oltre trenta ex dipendenti, portate a galla da un’inchiesta pubblicata dal New York Times domenica scorsa. In un post, l’uomo ha ribadito di voler assumersi le responsabilità delle proprie azioni: «Dopo oltre due decenni passati a costruire e guidare questo ristorante, ho deciso di fare un passo indietro e lasciare che i nostri straordinari leader accompagnino il locale nel suo prossimo capitolo».
Redzepi si è dimesso anche dal consiglio di amministrazione del MAD, un ente benefico che aveva istituito nel 2011. Lo chef ha detto di aver lavorato «per diventare un leader migliore», e che «nel corso degli anni il Noma ha compiuto passi significativi per trasformare la propria cultura aziendale». È, tuttavia, «consapevole che questi cambiamenti non possono cancellare il passato» e, per questo motivo, ha pubblicato anche un video in cui chiede personalmente scusa al proprio staff.
L’inchiesta del New York Times su René Redzepi, lo chef del Noma
Lo chef aveva fondato il Noma nel 2003, insieme all’imprenditore danese Claus Meyer, diventando in poco tempo uno dei migliori ristoranti al mondo. Lo scorso 31 gennaio, aveva chiuso temporaneamente per dei lavori e, nel mentre, Redzepi e lo staff avevano avviato un pop-up a Los Angeles, che rimarrà aperto fino a giugno.
Il New York Times ha raccolto testimonianze che risalgono al periodo tra il 2009 e il 2017. Diversi ex dipendenti del locale hanno parlato delle intimidazioni e degli abusi di Redzepi nei loro confronti, e dell’ambiente tossico in cui erano costretti a lavorare. Una di loro ha rivelato di essere stata picchiata dallo chef durante il servizio, e altri hanno confermato di aver ricevuto umiliazioni pubbliche, e che il gestore li avrebbe colpiti con utensili da cucina e sbattuti al muro, minacciandoli poi di stroncare le loro carriere. Molti di loro sono andati in burnout, e hanno sofferto di gravi disturbi da stress.
A fine febbraio, l’ex direttore del laboratorio di fermentazione del Noma, Jason Ignacio White, aveva condiviso su Instagram degli screenshot che mostravano alcune conversazioni tra lui e altri ex dipendenti del ristorante. Nelle chat, cuochi e camerieri si sfogavano riguardo alle violenze e al clima teso, confessando di essersi portati dietro dei traumi anche dopo aver lasciato l’impiego.
Il Noma ha uno staff etnicamente molto variegato, e le testimonianze shock parlano di minacce di deportazione nei confronti dei dipendenti e delle loro famiglie, e addirittura di liste nere in cui sarebbero stati inseriti da Redzepi, per far sì che non lavorassero più in nessun altro ristorante. Il diretto interessato si è scusato e ha rivelato di essere stato in terapia per imparare a gestire la rabbia ma, come lui stesso ha ripetuto, è consapevole che «le scuse non bastano». E per fortuna.
Federica Checchia





