Ricchi… da morire – Delitti in famiglia è il nuovo film scritto e diretto da John Patton Ford. Il regista americano torna a dirigere dopo quattro anni di assenza, e lo fa con una maestria fresca e acuta. Il film distribuito da Lucky Red è un thriller frizzante e bizzarro che sa come impressionare partendo da una sceneggiatura, solo in apparenza, già tracciata.

How to make a killing

Il titolo originale del film è How to make a killing, e tutto sembra puntare ad una mera enciclopedia dell’omicidio. Al contrario c’è tanto da scoprire di questo villain-hero che ha il ghigno magnetico di Glen Powell.

La storia è molto semplice. Sette parenti. Un’eredità. Nessun testimone. Becket Redfellow (Glen Powell) nasce da rinnegato, membro di una famiglia ricchissima che non vuole riconoscerne l’esistenza. Nel testamento, tuttavia, figura ancora tra i possibili ereditieri del patriarca Whitelaw (Ed Harris). Rimasto orfano, Becket non ha mai dimenticato la promessa fatta alla madre in punto di morte: ottenere la vita che merita, a qualunque costo. Quando si rende conto che i parenti tardano a tirare le cuoia, decide di prendere in mano la situazione e pianifica una serie di omicidi volti a rimanere l’unico Redfellow in vita.

Glenn Powell: malizia e perspicacia

L’interpretazione di Glen Powell, reduce solo un anno fa dal ruolo di protagonista del film The running man, torna a stregare con quel misto unico di malizia e diplomazia. Il killer perfetto di questa dark comedy non poteva che essere lui. Non serve molto a dirigere un interprete come lui, rivelatosi come perfetto protagonista, purtroppo solo da pochi anni. Powell stuzzica e ammalia, diverte e inganna. Poche volte abbiamo visto sul grande schermo un protagonista cattivissimo così tanto riuscito. Riuscito, quanto inconoscibile. Uccide con lucidità e maestria, ma a tratti sembra riconquistare uno spazio etico, in cui non sembra avere tutti i torti.

Il lavoro di sceneggiatura è orientato a stupire lo spettatore, man mano che il papiro manifesto degli eredi si dispiega. Tecniche omicidiarie e personaggi ben caratterizzati fanno di questo film un gioiellino semplice quanto elaborato. Ritroviamo così un ottimo lavoro di scrittura e regia che fa provare, ancora una volta, il gusto della spy story e del romanzo criminale.

Conflitto sociale, ma sotto la luce del sole

Era il 2019 quando il film Parasite, di Bong Joon Ho, veniva osannato alla 72esima edizione di Cannes. Dalla Korea tornavano a galla la tragedia della disparità socio-economica di un Paese, mostrandoci di cosa fosse capace l’uomo per avere, o ancora di più, per essere. Si è se si possiede, e questa massima ben si addice a Ricchi… da morire. Il film di Ford, però, presenta un’estetica molto più tropicale e soleggiata di Parasite, che invece è sceso sotto il livello della strada per incontrare la classe bassa. In questo film splendono i contrasti e i colori vivaci, così come si predilige una regia minimalista e posata. Tutto tende a normalizzare il contenuto. Ma perché?

L’insania di una scacchiera truccata

Il protagonista è un killer dal sorriso beffardo e i modi gentili. E questo lo spettatore lo sa sin da subito. Così come sa che gli eredi di questo gioco da tavolo incontreranno la morte, senza che nessuno versi lacrime sincere ai rispettivi funerali. Tutto sembra brillare alla luce del sole con naturalezza quasi documentaristica. Quello che traspare dal lavoro filmico è difatti proprio la modalità perturbante con cui la si racconti. La dark comedy fa sorridere e fa riflettere su una realtà, che seppur scabrosa, ha il sapore della naturalezza. Non sono le pedine ad essere bianche o nere ma è la scacchiera stessa ed essere truccata. Ecco infine, che la posa naturalistica rende ancor più inquietante la follia criminale di questa dark comedy.

Una follia…normalizzata

Il piano non è rendere semplice il domino di uccisioni ma non destare troppo stupore sulla nemesi interna al mondo dei ricchi. Chi possiede vuole di più, chi non possiede uccide. Nel processo darwiniano dell’high class sopravvivere è un gioco che si prende alla lettera. E che posto ha la morale? Nè Glen Powell, né Margaret Qualley – perfetta dark lady – sembrano averla; perché entrambi figli di un sistema sbagliato. Spesso nel film si fa riferimento alla ‘voce della propria coscienza‘. Per molto tempo la si sente – ci viene detto – finché poi, piano piano, senza accorgersene, la voce scompare. Così vivono i ricchi. In questo tragico gioco di ruoli le vittime sono tutte loro, e questo Becket, alla fine del film, sembra confessarlo.

John Patton Ford riadatta con questo film la commedia nera Sangue blu (Kind Hearts and Coronets) del 1949 attraverso un’ottica contemporanea e assai più stratificata. Possiamo dire quindi che questo sagace regista, dopo i Crimini di Emily, sia ufficialmente tornato. Se un film come Ricchi da morire fa centro è perché dimostra che, con un cast eccellete e un ben calibrato dark humor, si possono raccontare le falle interne all’alta società. Annebbiata dal consumismo, e forse morta molto prima, eticamente, del decesso.