L’Accountability ai tempi della ricerca pubblica

Oggi parliamo di qualcosa accadutomi di recente e per nulla speciale né raro, specie nel mondo della ricerca. Non mi sentirete sbraitare sul nepotismo né blaterare di onestà, non temete; oggi voglio parlare del tempo e del rispetto per il tempo e la professionalità altrui; oggi pariamo di accountability.

Il fenomeno dei concorsi “pilotati”:

Troppo spesso chi cerca lavoro, specie nell’ambito della ricerca universitaria, si trova davanti ad annunci di lavoro “farsa”. Questi annunci sono tali perché servono a mascherare il fatto che la posizione fosse già riempita fin dall’inizio.

Ora vi aspetterete che mi stracci le vesti e che lanci l’indignazione gridando “J’ACCUSE” tutto in caps lock ma intendo sorprendervi: sono d’accordo. Provate a mettervi nei panni di un manager  che coltiva il talento di un giovane ricercatore con cui lavora, condividendo obiettivi e visioni e che si vede costretto ad assumere un estraneo che, almeno sulla carta, risulta più qualificato del suo apprendista.  Questo perché il capo di un laboratorio è prima di tutto il manager di una piccola azienda che si occupa di ricerca, teniamolo da conto.

E’ facile capire che si tratta di una questione fastidiosa: se coltivo una collaborazione, lo faccio investendo tempo e denaro in una persona per averne un ritorno in futuro!

Non basta un curriculum a fare un buon ricercatore
Accountability, com’è e come dovrebbe essere:

Oggigiorno sempre più spesso la carriera di un professore o di un ricercatore è legata al suo successo e alle sue performances e questo è direttamente influenzato dalla sua abilità di scegliere il personale più adeguato alle sue esigenze: se il suo istinto gli dice di puntare su un giovane ricercatore il successo o il fallimento sarebbe interamente suo, perché nessuno tranne lui stesso ed il ricercatore che ha assunto vi andrebbero a rimetterci.

Sembra brutale ma questa è la dinamica che si cerca di spingere nella ricerca e in altri settori promuovendo la cosiddetta “meritocrazia”, una dinamica caratterizzata dalla tanto sbandierata “accountability”: bisogna assumersi la responsabilità delle proprie decisioni pagando di persona per i propri insuccessi.

Perché un sistema di accountability sia giusto, però, colui che dovrà eventualmente assumersi la responsabilità deve essere libero di prendere le decisioni che più ritiene opportune (all’interno ovviamente dei limiti della legge). i caso contrario il suo fallimento sarà da ascriversi almeno in parte a chi ha deciso per lui e che non riceverà penalizzazioni.

La mia recente esperienza:

Che cosa c’entra questo excursus con il discorso sul rispetto per il tempo e la professionalità altrui, dite? Un po’ di pazienza, adesso ve lo spiego. Dicevo che mi è capitato recentemente di partecipare ad uno di questi concorsi “taroccati” per una posizione di ricercatore in un importante centro di ricerca spagnolo.

Pur non avendo nulla in contrario alla decisione di assumere un proprio studente direttamente (scelta che, come si discuteva sopra, trovo più che sensata), quello che mi altera profondamente è l’assenza di rispetto per il lavoro altrui che trapela dall’usanza fin troppo comune di aprire inutili bandi di concorso per posizioni già informalmente riempite.

Aver formato un allievo e poter puntare di esso è alla base di un buon rapporto Professore-Ricercatore
Il dilemma:

Se avete già un vincitore, che senso ha indire un concorso (con tutti i costi che ne conseguono) per una posizione visto che la posizione, di fatto, non c’è più?

Molte università richiedono che il bando di concorso venga indetto comunque per assicurare la correttezza del processo decisionale nell’ottica di implementare un sistema (a parole ovviamente) meritocratico. La verità dietro a questa farsa è che il vincitore è già stato scelto, e per motivi che trovo più che legittimi.
Il punto è che questo sistema non ha alcun senso:

  1. Perché non assicura in alcun modo che un candidato sia scelto in maniera meritocratica (nella stragrande maggioranza dei casi lo è, comunque).
  2. Perché non garantisce affatto un giusto trattamento dei candidati e anzi incentiva un comportamento profondamente irrispettoso nei confronti di chi partecipa al bando, i ricercatori, che vedono la loro professionalità sminuita se non calpestate.

Capisco che a molti questo processo possa sembrare normale ma ad una persona razionale tutto questo appare chiaramente come un gigantesco spreco di tempo e risorse.

  1. Per i candidati “indesiderati” (il cui tempo e professionalità vengono trattati come spazzatura) quanto del leader del gruppo di ricerca 
  2. Per gli impiegati delle risorse umane che potrebbero usare il loro tempo (pagato dai contribuenti) in modo più utile e non imbastendo un “teatrino meritocratico”.
L’interpretazione del fenomeno:

Abbiamo iniziato parlando di accountability perché il problema affonda le sue radici proprio in questo: le università sembrano non fidarsi abbastanza della professionalità dei loro dipendenti più preparati ed esperti. Sembrano inoltre dubitare del fatto che ricercatori con decine di pubblicazioni e anni di esperienza siano in grado di scegliere i ricercatori migliori. Per questo cercano di intromettersi nel processo decisionale. Indire un bando per una posizione per cui si ha già il candidato perfetto si risolve in un maestoso spreco di tempo e denaro per cui non è prevista accountability.

Questa visione della ricerca è certamente un termometro dei tempi tristi in cui viviamo.

Da un lato la ricerca è vista come uno “spreco di soldi” che è bene tenere sotto controllo e non come un investimento in cui l’abilità del singolo conta come in qualsiasi altra impresa umana. Si fa fatica a capire che certe volte un individuo non vale l’altro. Se chiediamo accountability dobbiamo prima concedere fiducia.

D’altro canto, invece, si deve tener presente che, guardando bene, il modo per aggirare l’impossibilità di assumere un “proprio” studente già esiste. È quindi questo un sistema che in nessun modo argina un qualsivoglia baronato, ed anzi vi aggiunge un ulteriore spreco di fondi.

Matteo Bonas

© RIPRODUZIONE RISERVATA