Cultura

Rita Atria, testimone di giustizia e vittima di mafia a soli 17 anni

Aveva solo 17 anni. Nonostante la giovane età, Rita Atria aveva già capito l’importanza necessaria di non arrendersi di fronte alle ingiustizie, di cercare di porvi rimedio. E’ fondamentale continuare a ricordare Rita perché modello di intelligenza e di lotta contro l’omertà.

Rita Atria e Piera Aiello, giovani donne che si sono opposte alla mafia

Nata a Partanna, in provincia di Trapani, il 4 settembre 1974, Rita Atria è figlia del pastore Vito Atria. Il padre, però, è in realtà membro della cosca mafiosa trapanese, tanto che riesce a trascinarvi il figlio maggiore Nicola, di dieci anni più grande di Rita. La situazione precipita nel 1985 quando, per un regolamento dei conti, Vito viene ucciso. Lo stesso sarebbe accaduto al figlio solo sei anni dopo.

La prima a condannare i fatti è Piera Aiello, moglie di Nicola, che decide di denunciare alla polizia i due killer mafiosi che le avevano portato via il marito. La giovane diviene, così, modello per la cognata Rita, che decide di seguire le sue azioni, con l’intento di collaborare affinché il terribile male che affligge la Sicilia degli anni ’90 venga finalmente fermato. Viene quindi isolata nel paese, poiché per molti, e per la sua stessa famiglia, è un disonore mantenere legami con chi ha rotto il muro dell’omertà.

L’incontro tra Rita e Paolo Borsellino: l’inizio di un legame che va oltre la morte

Rita si reca in segreto a Marsala e, presentandosi all’allora Procuratore Paolo Borsellino gli rivela tutti i dettagli relativi alle attività illecite di cui si erano macchiati il padre e il fratello. Da qui inizia una fitta collaborazione con Borsellino, al quale Rita si affeziona. Per lei è come un padre. Le dichiarazioni della ragazza porteranno all’arresto di decine di mafiosi e alla loro condanna. Rita riceve minacce e, quando la madre si schiera contro di lei, viene trasferita a Roma, insieme alla cognata, sotto protezione e con nuovi documenti.

Paolo Borsellino. PhotoCredit: dal web.

La strage di Via d’Amelio: una sconfitta per la giovane Rita

Le speranze che Rita Atria ripone nella giustizia, la possibilità di vedere sconfitta la mafia, sono definitivamente spazzate via dagli eventi del 19 luglio 1992. Sembra una domenica qualunque. Paolo Borsellino si reca dalla madre, all’altezza del civico 21 di via D’Amelio a Palermo.

Strage di Via d'Amelio. PhotoCredit: dal web.
Strage di Via d’Amelio. PhotoCredit: dal web.

Nelle vicinanze, tuttavia, l’esplosione di una Fiat imbottita di tritolo uccide il magistrato e cinque agenti della scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli ed Eddie Walter Cosina. Si tratta dell’ennesimo attentato terroristico promosso dalla mafia siciliana ai danni della giustizia.

Rita Atria, la “settima vittima” della strage

Quel terribile evento che ha sconvolto l’opinione pubblica, lacerando gli animi di un popolo che continua ancora oggi a chiedere giustizia, distrugge soprattutto Rita Atria. Dopo una settimana dall’assassinio del “suo” giudice Paolo Borsellino, Rita perde ogni speranza, il suo sogno di riscatto si spezza. All’età di 17 anni, prima di gettarsi dal quinto piano del palazzo dove l’aveva nascosta la polizia, in via Amelia, a Roma, lascia un forte messaggio sul suo diario, in cui esprime tutto il suo sconforto e il senso di abbandono che quelle morti le avevano trasmesso.

Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta.

A distanza di quasi trent’anni dai fatti del 1992, è estremamente importante ricordare. Certi eventi non si ripeteranno soltanto se ognuno di noi, nel proprio piccolo, imparerà a lottare. La “picciriddra” di Borsellino, insieme a tutti gli altri testimoni che negli anni hanno contribuito a scalfire quel male che affligge la Sicilia, ci ha permesso di capire che dalla mafia si può e si deve uscire. Perché fuori c’è un mondo migliore.

Martina Pipitone

Back to top button