Cosa dire delle rivolte giovanili che stanno incendiando il Sud Est Asia? Nepal, Indonesia, Bangladesh, hanno tutte qualcosa in comune.

Le immagini dei ragazzi che a Kathmandu spazzano via le macerie, dopo una settimana in cui 51 persone hanno perso la vita, valgono più di mille analisi: la generazione Z non si limita a bruciare i palazzi del potere, ma rivendica anche la capacità di ricostruire. In pochi giorni studenti universitari, laureati disoccupati, under 30 senza prospettive hanno rovesciato governo e parlamento del Nepal. Non un gesto isolato, ma l’ennesima scossa che attraversa l’Asia del sud e oltre.

Venerdì ha giurato Sushila Karki, 76 anni, ex presidente della Corte suprema, scelta dai manifestanti come traghettatrice verso nuove elezioni. Una figura che porta l’età di chi governa, ma la legittimità di chi sa di essere stata nominata da chi ha preso le piazze. Il messaggio è chiaro: i giovani hanno cacciato l’establishment e ora pretendono che la transizione sia scritta anche con le loro mani.

Nepal, Indonesia, Bangladesh: stesso copione, stessi attori, un filo che unisce le rivolte in Sud Est Asia

Quello che è successo in Nepal ricorda da vicino le proteste di fine agosto in Indonesia: migliaia di giovani contro corruzione, nepotismo e privilegi. Sullo sfondo sempre lo stesso scenario: economie rallentate, inflazione che morde, disoccupazione giovanile che cresce. In Nepal gli under 30 sono il 20% della popolazione, in Indonesia il 16%. Non minoranze marginali, ma blocchi sociali decisivi.

E prima ancora c’è stato il Bangladesh, dove le rivolte hanno costretto Sheikh Hasina alla fuga, e lo Sri Lanka del 2022, quando i giovani hanno travolto la dinastia Rajapaksa. Allargando lo sguardo: Birmania dopo il golpe del 2021, Thailandia, Hong Kong. Qui le rivolte non hanno vinto, ma non per mancanza di determinazione: la differenza l’ha fatta la forza nuda dei regimi autoritari.

Non coordinazione, ma quasi “contagio”

Non sono rivoluzioni coordinate, ma onde che si richiamano a distanza. Jeff Wasserstrom, storico della Cina e autore di The Milk Tea Alliance, lo spiega così:

Gli eventi in una parte della regione ispirano quelli in un’altra. Non direttamente, ma creando la consapevolezza che il cambiamento è possibile.

È lo stesso meccanismo che già negli anni Ottanta collegava le Filippine ai giovani birmani del 1988. Oggi la rete globale amplifica le immagini, ma a contare di più sembra ancora la vicinanza: i simboli e le strategie dei vicini di casa diventano immediatamente credibili.

Parlare di “onda asiatica” è rischioso, ammettono gli studiosi. Ogni paese ha cause specifiche, e ridurre tutto a un modello unico rischia di ricalcare la retorica dei “valori asiatici” usata in chiave conservatrice. Eppure, per i ragazzi che animano queste piazze, la categoria funziona: significa smentire l’idea che i giovani asiatici siano passivi o conformisti.

Spero che le nostre proteste abbiano mostrato al mondo che non siamo disinteressati alla politica

disse già nel 2020 un’attivista thailandese.

Che siano rivolte riuscite o represse, queste lotte raccontano un continente in cui i giovani non si limitano a subire le fratture sociali ed economiche, ma le trasformano in azione politica. È la stessa generazione che devasta le sedi del potere e il giorno dopo raccoglie i detriti: distruggere e ricostruire come due facce della stessa urgenza, quella di non restare più in silenzio.

Maria Paola Pizzonia