Siamo arrivati all’ultimo appuntamento con questa rubrica settimanale che ci ha accompagnato fino alla notte degli Oscar: Road to Oscar 2025. La scorsa settimana abbiamo parlato dei premi attoriali, sempre più in bilico tra diversi nomi. Nelle nostre prediction, avevamo dato per vincitore nella categoria del miglior attore protagonista Adrien Brody in The Brutalist, visto la sua interpretazione magistrale di un architetto ungherese scappato dall’olocausto diviso tra il dolore della fuga e l’amore per la sua arte. Ma i SAG Awards, che si sono tenuti domenica scorsa, hanno cambiato le carte in tavola. Timothée Chalamet ha trionfato, a sorpresa, portandosi a casa il premio come miglior attore. La sua versione di Bob Dylan ha convito il sindacato degli attori e ora la lotta per l’Oscar è apertissima. Stesso discorso per miglior attrice protagonista. Avevamo dato per vincitrice Mikey Madison, visto lo slancio che il film aveva acquisito durante la stagione. Ma Demi Moore si porta a casa il SAG, riaprendo la partita. Kieran Culkin e Zoe Saldana, invece, sembrano ormai certi di potersi portare a casa le statuetta per i ruoli da non protagonista.

In questa rubrica che abbiamo deciso di chiamare “Road to Oscar 2025”, abbiamo provato a sciorinare ogni singola categoria per capire chi, effettivamente, tornerà a casa con un Oscar in più. Ogni domenica ci siamo imbarcati nell’analisi dettagliata delle categorie, magari aiutandoci con i premi che, settimana dopo settimana, hanno portato al grande evento. Il tutto è culminato oggi domenica 2 marzo, dove affronteremo l’elefante nella stanza del “Miglior Film” e attenderemo la notte per scoprire quante di queste prediction avremo azzeccato. Chi si aggiudicherà la statuetta più ambita dell’anno?

Road to Oscar 2025: il miglior film

Road to Oscar 2025: Dune – Parte 2

Seconda parte dell’epica saga messa in piedi da Denis Villeneuve, Dune – Parte 2 arriva agli Oscar forte di 5 nomination, che sarebbero potute essere di più se il film fosse uscito più a ridosso dei premi. Ma comunque rimane un grandissimo risultato, almeno a livello tecnico, visto che la maggior parte delle candidature sono arrivate in quelle categorie. Rispetto al primo film, che aveva vinto ben sei statuette, questa seconda parte si aggiudica meno nomination e, sicuramente, meno premi. Ma l’epica messa in piedi da Villeneuve rimane scolpita negli annali cinematografici, con o senza statuetta. Noi lo avevamo definito il Signore degli Anelli del nuovo millennio e, al di là delle dovute differenze produttive e d’impatto mediale tra le due saghe, crediamo ancora che sia così. Dune è uno spartiacque che ha cambiato il modo di fare Blockbuster ancora una volta. La qualità artistica e visiva si unisce all’epica quasi divina di una storia universale. Per noi resta un film meraviglioso e rivoluzionare a suo modo. Ma siamo altrettanto consapevoli che il premio del miglior film agli Oscar non arriverà.

Road to Oscar 2025: Emilia Perez

C’è stato un momento in cui Emilia Perez sembrava dovesse essere il nuovo Titanic. Tredici nomination (film non in lingua inglese con il maggior numero di candidature di sempre) e un plauso della critica iniziato a Cannes e continuato nei mesi successivi. Ma il film è poi arrivato al pubblico, che non ha digerito diverse scelte da parte di Jacques Audiard. E allora sono iniziate le polemiche su come il regista francese abbia trattato un tema come quello dei desaparecidos messicani, su come abbia parlato in modo superficiale di transizione di genere e di narcotraffico. E, alla fine, la ciliegina su questa torta avvelenata è arrivata con i vecchi tweet di Karla Sofia Gascon che hanno affossato sia lei, sia tutto il film. Ora restano poche briciole al folle e anarchico narco-musical di Jacques Audiard. Film che gioca con il genere, spostandosi tra la commedia, il melò, il dramma impegnato e quello familiare fino al musical, Emila Perez rimane un opera meravigliosamente messa in piedi da un cast corale di sole donne. Un musical che fa della canzone il senso stesso della narrazione e il moto degli eventi. L’unica forma possibile per sovrastare il dolore personale e sociale di una terra distrutta dalla violenza. Peccato, perché Emilia Perez resta un opera grandiosa.

Road to Oscar 2025: Wicked

Arrivato in sala con tutto lo scetticismo del caso, Wicked ha compiuto la stessa parabola della sua protagonista Elphaba: da odiato ad amato follemente. Non solo un film per i “theatre kid“, ma un musical universale, gigantesco, che raccoglie l’eredità di uno dei musical teatrali più influenti del 21esimo secolo donandogli nuova vita e, soprattutto, nuovo pubblico. Wicked si è fatto strada tra il fango e la melma rivelandosi uno dei migliori film del 2024, una pellicola girata in modo magistrale da Jon M. Chu che, passo dopo passo, rende il mondo del mago di Oz un universo rinato, che respira ancora e ancora. Ariana Grande, da sempre fan del musical e con il sogno nel cassetto di interpretare Glinda, restituisce al ruolo appartenuto a Kristin Chenoweth tutto il suo amore. Un amore talmente grande che trapassa il telo della sala cinematografica e colpisce direttamente il pubblico in sala. Wicked difficilmente arriverà al premio di miglior film, ma farà incetta di premi sonori e tecnici. L’esempio perfetto che anche il cinema più pop possa essere, se ben gestito, grande cinema.

Road to Oscar 2025: Nickel Boys

Con il suo debutto, l’adattamento di RaMell Ross del romanzo omonimo di Colson Whitehead ha galvanizzato sia la critica che il pubblico. Film girato tutto in prima persona, Nickel Boys restituisce vividamente tutte gli orrori sopportati dai due personaggi principali. Ethan Herisse e Brandon Wilson, al loro primo vero ruolo da protagonisti, sono due adolescenti afroamericani in riformatorio. La loro profonda amicizia diventa la loro unica fonte di speranza per un domani migliore. Attraverso il filtro dello sguardo dei due protagonisti, entriamo negli anni ’60 americani, fatti di violenza, razzismo e segregazione raziale. Uno spaccato degli Stati Uniti di metà secolo, tutto attraverso lo sguardo di due giovani adolescenti. Scelta coraggiosa sia produttiva sia narrativa, Nickel Boys vince la sua scommessa arrivando addirittura alla candidatura come miglior film. E di questa vittoria Nickel Boys dovrà “accontentarsi”.

I’m Still Here (Io sono ancora qui)

Il problema principale quando si parla di I’m Still Here agli Oscar, è che esista la concreta possibilità che il dramma diretto da Walter Saller non arrivi a nessun premio. Candidato anche come miglior film internazionale per il Brasile, I’m Still Here è un adattamento delle memorie di Marcelo Rubens Paiva sulla sua famiglia. Ambientato nel Brasile del 1970, il padre di famiglia Rubens scompare durante una sanguinosa dittatura militare. Anche sua moglie Eunice viene interrogata e torturata, per poi essere rilasciata. Da li inizia la disperata lotta di una moglie e madre di cinque figli che non si arrende all’idea di non rivedere mai più il marito. Opera che mescola il dramma di un popolo a quello personale, usando la famiglia come metafora dello spaccato di un paese distrutto, I’m Still Here è una pellicola che non può far altro che colpire durissimo. Fernanda Torres è una Eunice meravigliosa, austera e combattiva nonostante la sua posatezza. Un’interpretazione assolutamente fuori dal comune, coronata da una candidatura più che giusta come miglior attrice. Ma, come dicevamo, il problema più grande di questo capolavoro brasiliano è la concreta possibilità di non arrivare a premio. Se il miglior film è fuori dai giochi, allora toccherebbe a quello internazionale. Peccato che li ci sia Emilia Perez a proteggere la statuetta. Vedremo se Io sono ancora qui, alla fine, riuscirà almeno a vincere il premio del miglior film in lingua straniera. E occhio a Fernanda Torres che, come la sua Eunice, sta combattendo contro dei giganti, ma potrebbe essere il Davide che batte Golia.

Conclave

Nel 2022, il regista austriaco Edward Berger, arrivò silenziosamente agli Oscar con il suo Niente di nuovo sul fronte occidentale, pronto a vincere tutto. Quest’anno, si presenta agli Oscar non più tanto in silenzio, ma a viso aperto e spalle dritte. Esattamente come il cardinale Lawrence affronta l’imminente conclave a cui deve partecipare per poter eleggere il nuovo papa. Conclave è un film che, silenziosamente, mattone dopo mattone, sembra costruire il suo finale. E, proprio per questo è, a tutti gli effetti, considerabile un giallo. Una sorta di Legal Drama alla 12 Angry Men dove una schiera di cardinali lottano per prevalere l’uno sull’altro. Berger costruisce il film senza fretta, con metodo, con garbo e con rigore. Frutto di una scrittura sopraffina (il premio per la miglior sceneggiatura non originale è già in Austria), Conclave si costruisce da solo, mattone dopo mattone, votazione dopo votazione. Un giallo ambientato dentro il Vaticano. Uno vecchia scuola, come non se ne vedono più. Uno che, proprio quando tutto sembra deciso e chiaro, sceglie di distruggere le pagine che stiamo leggendo per metterci in mano una lettura diversa, altrettanto sopraffina e inaspettata. Ma, riguardando il film, ha tutto perfettamente senso. Potrebbe vincere? Forse, vista anche la vittoria ai BAFTA che gli ha donato un po’ di slancio. Resta comunque un film gigantesco di cui, se vincesse, nessuno si lamenterebbe. Ma deve recupere terreno contro due giganti come Anora e The Brutalist.

The Substance

Quello di The Substance è un percorso particolare. Dopo aver vinto la migliore sceneggiatura a Cannes, il film diretto da Coralie Fargeat riceve un quantitativo spropositato di candidature e nomination per diversi premi, senza mai riuscire a trionfare in praticamente nulla. Solo Demi Moore trionfa in lungo e in largo, diventando una delle pretendenti al trono di miglior attrice agli Oscar. Quindi, The Substance, si presenta agli Oscar come sfavorito d’eccezione, e infatti difficilmente arriverà al premio. Ma The Substance non è decisamente solo questo. Perché il film, a modo suo, ha già vinto riuscendo nell’impresa di far candidare un Horror come miglior film agli Oscar, genere storicamente bistrattato dall’Academy. Ma soprattutto il sottogenere del Body Horror, ancora più “di nicchia” ai premi. E quindi, già per questo, The Substance ha raggiunto un risultato incredibile. Ma, se volessimo considerare la qualità artistica (cosa che con l’Academy molte volte non usa come metro di paragone) The Substance rientrerebbe di diritto tra i miglior film a questi premi Oscar e tra i miglior film dell’ultimo decennio. Perché Coralie Fargeat scrive e dirige una pellicola a suo modo rivoluzionaria nel modo di raccontare e parlare di problematiche legate al genere. Demi Moore interpreta una star del cinema in declino, che cerca disperatamente di riconquistare la gloria della giovinezza attraverso una misteriosa sostanza. E qui Fargeat si muove sinuosamente tra le righe dell’horror corporeo per discutere e raccontare una storia su come la società plasmi la stessa visione che abbiamo di noi stessi, allo stesso modo in cui Elizabeth Sparkle manipola il suo corpo nel disperato tentativo di evitare l’inevitabile. Un opera meravigliosamente postmoderna.

A Complete Unknown

James Mangold sembra voler mettere in piedi un suo personalissimo MCU. Solo che, al posto degli eroi Marvel, vuole rappresentare al cinema l’olimpo della musica americana del Novecento. Già in precedenza con Walk the Line (Quando l’amore brucia l’anima) del 2005 aveva dato vita a Johnny Cash e June Carter. Qui in A Complete Unknown, invece, sceglie Timothée Chalamet per rappresentare l’antidivo per eccellenza: Bob Dylan. E, visto l’impossibilità di inscatolare una figura immensa come quella di “Bobby”, James Mangold decide di seguire Bob solo per i primi cinque anni della sua vita musicale. E, proprio come il cantautore folk vincitore di un premio Nobel, il film cerca di avere una direzione precisa, salvo poi lasciar parlare la musica. Bob Dylan non ha mai amato le luci della ribalta e il film non invade mai il suo privato, non si avvicina quasi mai al vero Bob quasi a non volerne disturbare quella sfera. E infatti c’è tanta, tantissima musica che parla. Mangold si rende conto che, invece di tante parole, l’unico modo per far esprimere Dylan è lasciarlo libero, anarchico, con solo la voce e la chitarre a narrare per lui. E, in tutto questo, Mangold riesce ad inserire la pellicola nel contesto socioculturale degli anni ’60 americani, quelli dei moti giovanili di cui Dylan si fece portavoce. La storia di Bob Dylan e di un America in pieno cambiamento. Film meraviglioso che deve tanto anche alla magnifica interpretazione di Timothée Chalamet che infatti è in corsa per il miglior attore. E, proprio per questi motivi, A Complete Unknown è tra i possibili vincitori del premio al miglior film. Per noi non riuscirà a trionfare, ma le possibilità, anche se minime, ci sono.

The Brutalist

Idealismo, integrità morale, storia, famiglia, dolore e immigrazione. The Brutalist è un concentrato di tutto questo in tre ore e mezza di dramma diretto da Brady Corbet. Il regista americano condensa trent’anni di vita dell’architetto ungherese László Tóth, sopravvissuto ebreo all’Olocausto che arriva in America pieno di speranze per la sua arte e per un domani migliore. Ma dovrà scontrarsi un sistema capitalista e classista americano che, sotto la facciata dell’accoglienza, nasconde una ferocia e malignità tanto diversa quanto più subdola di quella che stava avvenendo in Europa. Corbet, attraverso una vita inventata che sembra realissima (solo alla fine del film ci si rende conto di non aver assistito ad un biopic), tratta temi che concreti lo sono ancora tutt’oggi. Perché The Brutalist è un epopea che parla di contemporaneo, di oggi, dell’America attuale. Anche solo quel piano sequenza iniziale, sulla nave che arriva a New York, con quella colonna sonora di sottofondo e la statua della libertà che si trasforma in una sorta di figura demoniaca, bastano a classificare The Brutalist come una delle opere più potenti degli ultimi anni. E fa ancora più impressione pensare che il film sia costato solamente 10 milioni di dollari. Nonostante le polemiche riguardo l’uso dell’IA (che incideranno più sulla candidatura di Adrien Brody più che su quella del film stesso), The Brutalist rimane tra i favoritissimi al premio finale. O almeno si contenderà il premio con il prossimo film.

Anora

Ed è Anora l’ultimo, ma non per importanza, film candidato agli Oscar. Sin dal suo debutto al Festival di Cannes, dove ha vinto la Palma d’oro, la pellicola di Sean Baker su una spogliarellista di Brooklyn, interpretata dalla star emergente Mikey Madison, ha riscosso un successo clamoroso di pubblico e di critica. Sean Baker, già regista di “The Florida Project” e “Red Rocket”, ci porta in un viaggio attraverso un capitolo della vita di Anora, la nostra protagonista. Dopo essersi incontrati in uno strip club, Anora è affascinato dallo stile di vita di Vanya, il figlio di un oligarca russo. I due si sposeranno a Las Vegas. Ma, quando i genitori di lui vengono a conoscenza delle nozze, si attivano per annullarle. Un viaggio inteprospettivo, postmoderno, un film da generazione Z, con i classici stilemi di questo tipo di cinema. Sean Baker sfrutta la figura di Anora per parlare di una delle peggiori derive del presente: quella dei soldi facili, del successo a tutti i costi, di un sogno di vita che mette a paragone i soldi alla felicità. Il successo e il lusso come unica fonte di soddisfazione umana. Il finale resta uno dei momenti più importanti degli ultimi anni di cinema e, per quanto ci riguarda, un momento indimenticabile. C’è da aggiungere poi che, un regista come Sean Baker, è amato dall’Academy proprio per questa sua deriva “Indie“. Il regista ha diretto, prodotto e scritto il film, completando un cerchio che agli Oscar piace da morire. Una narrazione da American Dream che tanto piace a chi sta dalla parte opposta dell’Atlantico. E quindi il film potrebbe vincere proprio per i motivi sbagliati, quelli che il film critica in ogni sua inquadratura. Ma, se questo volesse dire il trionfo di Anora (e noi crediamo che accadrà) ben venga, perché siamo ancora insieme ad Ani dentro quella macchina, tifando per lei.

Alessandro Libianchi

Seguici su Google News