Cinema

Rodolfo Valentino: da perito agrario a mascalzone latino

«Voglio morire». Appuntò sul diario quando venne riformato alla visita di leva. Sognava la divisa dell’Accademia Navale, quel bianco sulla sua pelle ambrata ne avrebbe fatto un leggendario marinaio. Fu un’insufficienza toracica a scartarlo: l’unico difetto, stranamente, lo trovò la Marina Militare su quel marcantonio capace di accendere passioni, deliri, incontenibili desideri. Rodolfo Valentino non fu mai valente capitano per mare, ma il primo Divo della Storia del Cinema, il culto spumeggiante della bellezza.

Ei fu Gigolò

Rodolfo Valentino: da perito agrario a mascalzone latino
Rodolfo Valentino, foto da Lazio Channel

Non si uccise Rodolfo. Lui capì che il cinema lo aspettava. Solo cinque anni durò la sua carriera sugli schermi, eclatante e fulminea come la sua morte in quel 23 Agosto 1926. Ma il bello di Castellaneta in provincia di Taranto, messa in tasca la qualifica di perito agrario, lasciò gli ulivi della terra natia. E non volle neppur coltivare le ‘nobiltà’ di famiglia; il padre era ex ufficiale di cavalleria della buona borghesia pugliese, e la madre dama di compagnia della Marchesa Giovinazzi. Lui di signorile e patrizio, sfoggiava il nome: Rodolfo Anselmo Raffaello Pierre Filiberto Guglielmi. Ma a Hollywood, sulle locandine, su quella basetta da ‘guappo americano’, sullo sguardo ammaliante da latin-lover frutto di una segreta miopia congenita, si leggeva, intenso e espressivo, Rodolfo Valentino.

Ne “I Quattro cavalieri dell’Apocalisse”, un film muto del 1921 che lo rende famoso, balla un tango più che galeotto; cappello da damerino, sigaro tra i denti e il sorriso abbozzato di chi sa che l’avrà vinta. Caschè, alzate di gamba, e la dama attaccata al suo fiato, è già perdutamente sua. “Lo sceicco”, nello stesso anno, consacra Rodolfo a star planetaria; nel ruolo di Ahmar, turbante di sentimenti e di copricapo, è su tutti i manifesti del film, distribuiti con il suo nome in primo piano. Seguiranno “Sangue e arena”, “Il giovane rajah”, “L’aquila” e “Il figlio dello sceicco” (uscito postumo). Ma prima di sorridergli, l’America lo accolse come sguattero, lavapiatti, giardiniere, spazzino. Si lavava nelle fontane, asciugandosi con i fogli di giornale che il vento faceva volare a Central Park. Un giorno quelle copertine saranno sue.

La perdizione luccica e impomata

Era bello, e sapeva ballare da dio. L’ambizione, la consapevolezza di essere destinato a ben altro, lo portano in un locale di New York a cercar fortuna. Dove lo assumono come “danseur mondain”, ovvero accompagnatore di signore sole, e all’occorrenza, Gigolò. È lui che conoscendo il tango come le donne, (quel ballo assassino e peccaminoso nato nei bordelli di Buenos Aires, inizialmente soltanto per uomini, ‘danza sanguigna e violenta’, di occhiate perverse e di amori da censura, di nostalgia e avidità), le fa vibrare stringendole a sé. Tanghi focosi con i suoi celebri sguardi ‘obliqui’. L’amore è lungo una notte, e si compra con il biglietto di entrata al locale. Resta, avvinta come l’edera, la brillantina dei capelli di Rodolfo.

Sarà imitato quanto inimitabile. Gli uomini copiano quell’attore dai ruoli esotici, ad alto impulso erotico e seduttivo. Un dandy, maestro e amante, con il simbolo emblematico del cobra sul cofano della Limousine. I signori iniziano come lui, a usare l’orologio da polso, allora prerogativa delle donne. Perché gli uomini usavano quello da taschino. Sarà Cartier a chiedergli di indossare il suo celebre modello Tank, con la cassa che evoca la cabina di pilotaggio dei carri armati della Prima Guerra mondiale. Con quel capriccio, figlio del successo, di volerlo portare persino sulle scene del film “Il figlio dello sceicco”, tra l’imbarazzo della produzione che dovette piegarsi alle bizzarrie della celebrità.

Notti bianche

In Italia, per il bello di casa nostra, si scomodò, all’epoca, la censura mussoliniana. In quanto lui non rispettava i canoni del maschio: un figurino, troppo effeminato, poco rude. Con un velo di matita nera intorno gli occhi, e i serpenti a bracciale che gli contarnavano polsi e avambracci. I suoi film venivano boicottati, mentre erano ricercatissimi nel resto del mondo. Ma per molti, l’omosessualità dell’attore non era solo presunta. Non una chiacchiera ma verità: si narrava di sue relazioni con altri uomini noti. Mentre un cronista del “Chicago Tribune” lo chiamava malignamente “piumino rosa da cipria”, alludendo al suo essere gay.

Gay per inclinazione naturale e bisessuale per convenienza finanziaria“, si leggeva nella sua scandalosa biografia intitolata A dream of desire“. E proprio le sue due mogli, invece di smentire, avvalorano la tesi raccontando la sua mancanza di slanci focosi nei loro confronti, e di notti bianche. Entrambi ballerine e donne di spettacolo, la prima Jean Acker si scoprì lesbica. E la seconda, dal finto nome russo Natascia Rambova, esigente e incontentabile, devastò il marito con richieste esose, pur essendo già ricca di suo, fino a indebitarlo; tra cani alsaziani e purosangue arabi, yacht, automobili lussuose, gioielli e abiti da sogno. Arrivando a dire del consorte “un impotente, una cocotte imbellettata“.

La donna del mistero

Lasciò questa terra nel delirio dei partecipanti alle sue esequie: si contarono un centinaio di feriti, 6 bambini dispersi, 28 scarpe scompagnate e tre arresti. Ben due funerali, uno a New York l’altro a Los Angeles. Una lastra di vetro ne custodiva il corpo; su di essa impronte di rossetto, e bagno di lacrime, tanto da venir ripulita ogni quarto d’ora. Tra gli svenimenti di Pola Negri, sua ultima amante che trasalì per tre volte, e altre 65 che dichiararono alla stampa di aspettare un figlio da lui. Anche Charlie Chaplin partecipò tra la folla vestito a lutto. Una leggenda vuole che per anni, una misteriosa donna vestita di nero dal volto velato, portò rose rosse sulla sua tomba. Finalmente lei, qualcuno giura di averla vista: la russa pentita, che neanche si presentò ai funerali, ora affranta e innamorata.

Sono le suore di clausura dell’antico monastero di Santa Chiara, nel centro storico di Castellaneta, dov’è nato il Museo Rodolfo Valentino, a conservare cimeli e ricordi del mito. Perché il sex symbol di tutti i tempi parlava pugliese. Una strage di cuori, o un novello casanova, ancora oggi chiamano alla mente Rodolfo Valentino. Ambiguità e ardore. Bellezza e mascalzoneria. Anche il cruciverba lo sintetizza tra la sua scacchiera di neri e bianchi come “AMANTE LATINO“. Da incasellare alla definizione: ‘Lo fu Rodolfo Valentino‘.

Federica De Candia Seguici su Google News

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