la Ryder Cup senza pubblico non solo sarebbe un abominio, sarebbe anche un’occasione sprecata e un passo indietro nella concezione del golf stesso.

La Ryder Cup annulla il politicamente corretto

Il golf porta con sé un codice d’onore da ben prima dell’avvento ufficiale degli altri sport anglosassoni e, ancora oggi, fatica a scrostarsi di dosso la supponenza che si è andato a ricercare per secoli. La compostezza etica delle classi che hanno creato il golf è sfociata nel mercantilismo dei professionisti, alla stregua di circensi a inizio ‘900, per poi spostare il motore che tiene in vita questo sport: dalle alte sfere dei signorotti ad un’anima fomentata anche dal basso, dal popolo.
Questo passaggio è ancora in atto ma ciò che tutto il movimento vuole conservare sono le “buone maniere” che lo contraddistinguono, e questo si riflette sul pubblico che assiste alle gare. In America gli spettatori paganti sono parte integrante dello spettacolo (volente o nolente) mentre in Europa il “bon ton” si è unito al “gentlemen agreement”, con accenni di “Gutes Benehmen”.
C’è solo un momento in cui i due mondi si avvicinano, in cui la freddezza richiesta per essere un campione non pervade anche gli applausi di circostanza dopo un putt sbagliato di 4 metri: questo evento è la Ryder Cup.

Ryder Cup
Tommy Fleetwood esulta senza freni, una delle emozioni più viscerali viste di recente nel mondo del golf.
Photo Credits: Getty Images

L’essenza della Ryder

Nessun giocatore rimpingua il suo conto in banca, si lotta solo per la gloria e quest’ultima smuove le emozioni di tutti (giocatori e pubblico) più dei 15 milioni della Fedex Cup. La Ryder Cup è la rappresentazione del sano vezzo che un giocatore medio di golf si concede: una quotidianità (giustamente) impostata che sfocia in 4 giorni di follia, in cui le focacce dopo 9 buche diventano 6 birre in 3 ore. Perché si potrà anche essere astemi ma le emozioni forti piacciono a tutti, a prescindere dalla cadenza con la quale le si vuole vivere.
Ecco perché una Ryder Cup senza pubblico non ha senso di esistere, perderebbe lo spirito d’eversione che il movimento golfistico accumula in due anni di applausi a chi ti vince in faccia; atto che ormai ogni giocatore ha interiorizzato ma che a letto, prima di dormire, fa rodere ogni sportivo professionista.
Vincere presuppone il battere qualcuno e invece il golf ci insegna soprattutto come accettare le sconfitte di tutti i giorni, utili al miglioramento costante… che però non ci istruiscono a dovere sui festeggiamenti. Per questa ragione ricordiamo l’accasciarsi di Costantino Rocca al British Open: una gioia senza filtri (rispettosa del prossimo) che si propaga al pubblico fatto di uomini, non di automi che accennano un sorriso dopo 72 buche sfiancanti.

Le reazioni di pubblico e giocatori quindi collimano durante la Ryder Cup quando lo scontro è tra due fazioni distinte: una battaglia sportiva in cui chi gioisce in modo sfrenato non si deve sentire in colpa nel farlo in quella maniera. E così dovrebbe sempre essere, mantenendo il rispetto di chi ha perso ma senza contenere (neanche un minimo) la propria gioia per paura di offendere lo sconfitto.
Chi critica dal di fuori non aspetta che l’occasione per ribadire la “noia” del golf, giocare la Ryder senza pubblico sarebbe regalargli una pallina in asta. Perché queste coppe sono le occasioni per tagliare man mano la parte del gesso che ancora avvolge alcuni arti del golf, giocare la Ryder Cup senza pubblico, invece, equivale a steccarsi un braccio che funziona correttamente.

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