Attualità

Salari, il divario tra stipendi e la questione del salario minimo

649 volte quello di un operaio. È in questo in media lo stipendio che ha recepito un top manager italiano nel 2020. Cifre folli costituite da un duplice schema di guadagno fisso e variabile a cui si aggiungono spesso indecenti buone uscite. In Italia il divario si fa ancora più sentire come dimostrano i dati Ocse per cui c’è stata una regressione degli stipendi del 2,9% negli ultimi 30 anni. Un calo che negli ultimi 12 anni ha colpito anche gli stipendi degli operai. Fatti che rendono sempre più necessaria una risoluzione della questione del salario minimo ora in stand by dopo la crisi e la caduta dell’ultimo governo

Il salario minimo e il caso degli stipendi dei top manager

Salario minimo, fonte peoplemanagementlab.com

Mentre in Italia si discute ancora la questione del salario minimo per i lavoratori sorprendono gli incredibili e indecenti stipendi incassati dai top manager. Secondo l‘Osservatorio sui Lavoratori Dipendenti Istat i top manager italiani hanno incassato nel 2020 una media di 9,59 milioni, 649 volte lo stipendio di un operaio medio che tra l’altro ha subito un calo del 4% negli ultimi 12 anni. Cifre astronomiche divisa tra quote fisse e quote variabili dovute ai risultati conseguiti. Ha fatto, per esempio, discutere lo stipendio percepito dall’ad di Stellantis Carlos Tavares nel 2021 di 19,10 milioni di euro che sarebbe stato dovuto per il + 14% dei ricavi ottenuti. Importo poi bocciato dal 52% dei soci e criticato dal governo francese.

Numeri folli a cui si aggiungo spesso, quando ad e ceo se ne vanno, incredibili buone uscite. È il caso dei 25 milioni a Flavio Cattaneo per la sua uscita da Tim o dei 40,4 milioni ad Alessandro Profumo per l’uscita da Unicredit. Indecenze che, secondo uno studio dell‘Economic Policy Institute si possono combattere con limiti agli stipendi e imposte più elevate per i redditi alti. Oppure consentendo agli azionisti di votare gli stipendi degli amministratori o con crediti di imposta più alti per aziende dove il divario tra lavoratori e manager è più elevato

La questione dei salari minimi in Italia

Abbiamo già parlato del calo degli stipendi negli ultimi 30 anni, certificato da Ocse, in Italia. Un calo che si fa più che mai sentire con la crisi energetica e l’inflazione. Per questo diventa sempre più importante la questione della definizione di un salario minimo che in Italia varia a seconda della categoria di appartenenza e del relativo contratto collettivo. Con la proposta di legge voluta dall’ex ministro del lavoro Catalfo, per combattere la piaga dei lavoratori sottopagati e dei contratti pirata stipulati da rappresentanze sindacali minori, la soglia del salario minimo era stata fissata a 9 euro lordi e come punto riferimento era stati presi i contratti collettivi stipulati dalle sigle sindacali più rappresentative.

C’è stato poi la proposta del ministro del Lavoro Orlando e del governo Draghi. In base ad essa non veniva stabilito un salario minimo bensì veniva calcolato un aumento degli stipendi fissando come punto di riferimento il contratto collettivo più rappresentativo firmato per il proprio settore d’appartenenza. Molto probabilmente si sarebbe trattato da quello sottoscritto da sigle comprese nei grandi sindacati come CGL e CISL. Ora con la crisi e la caduta del governo la questione resta ferma in attesa della prossima legislatura sperando che si trovi finalmente la quadra.

Stefano Delle Cave

Seguici su Google news

Adv

Stefano Delle Cave

Stefano Delle Cave è scrittore, giornalista pubblicista e regista. Laureato magistrale in D.A.M.S. all’Università di Roma Tre. Gli articoli redatti da Stefano giornalista hanno per tema il cinema, la cultura e la società civile in genere.

Related Articles

Back to top button