C’è qualcosa di profondamente rivelatore in ciò che accade ogni volta che un partenopeo occupa uno spazio visibile e pubblico, tanto sui social quanto sul palcoscenico più importante d’Italia. Sal Da Vinci infatti ha vinto il Festival portando Napoli a Sanremo 2026 e, per il 2027, la conduzione è stata affidata a Stefano De Martino. Una doppia consacrazione simbolica che, come tradizione insegna, arriva assieme alla solita shitstorm. Quando Aldo Cazzullo scrive sul Corriere della Sera che Per sempre sì potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, non siamo davanti ad una battuta brillante, quanto ad un automatismo. È il vecchio riflesso Napoli = malavita, impacchettato in lessico colto così da sembrare analisi e non caricatura. Lo sfondo, in realtà, ha un nome che mette a disagio: antimeridionalismo.

Sal Da Vinci: Napoli a Sanremo 2026

Cos’è l’antimeridionalismo?

L’antimeridionalismo è un insieme di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni rivolte contro gli abitanti dell’Italia meridionale. È un fenomeno storico che nasce dopo l’Unità d’Italia, quando il Sud viene narrato e amministrato come anomalia da correggere.

La cosiddetta questione meridionale diventa un paradigma culturale quando il Sud inizia ad essere visto come sinonimo di arretrato e incapace di modernità. Nel corso del Novecento questi stereotipi si radicano nell’immaginario collettivo e, con l’avvento dei social, trovano una cassa di risonanza senza filtri.

L’antimeridionalismo è, in sostanza, una forma di razzismo interno: non si fonda su differenze etniche, ma su una gerarchia culturale presunta, su una narrazione che attribuisce inferiorità morale o civile a una parte del Paese.

Napoli a Sanremo 2026: perché l’antimeridionalismo è più visibile?

Sanremo amplifica tutto perché è il rituale collettivo italiano. È il luogo dove l’Italia si racconta a se stessa.

Quando un artista come Sal Da Vinci conquista il palco più mediatico d’Italia, o quando un conduttore come Stefano De Martino ne diventa il suo volto futuro, tutto si erge a simbolico.

Il Festival di Sanremo è tanto amato quanto disprezzato, ma vederne la regia affidata a Napoli resta comunque destabilizzante. Quando il successo arriva dal basso dello stivale, non è mai solo successo. Va spiegato e legittimato. Deve essere folkloristico, eccessivo, sospetto. Mai semplicemente meritato.

È vero, non ogni critica è antimeridionalismo. A volte una canzone è solo mediocre. A volte un conduttore può non piacere. Il problema è la cornice, l’associazione automatica che scatta sempre nello stesso punto geografico.

Così l’antimeridionalismo oggi indossa il costume dell’ironia memetica. È condivisibile, virale. Ma la leggerezza è solo superficie. Sotto c’è una gerarchia culturale mai davvero smontata: l’idea implicita che il merito, quello serio, appartenga altrove.

E no, non è una difesa campanilistica, ma l’ennesimo allarme.

Perché una nazione che deve sempre spiegare – o sminuire – il successo di una sua parte sta ancora litigando con la propria identità. E forse, nel 2026, è arrivato il momento di farci pace.

Camilla Golia

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