Escalation di violenze in Libia negli ultimi giorni. Gli scontri nella periferia sud della capitale hanno causato 47 morti e più di cento feriti in 8 giorni. Il Premier Sarraj lavora per far rispettare il cessate il fuoco a Tripoli. Intanto un portavoce dell’Eni dichiara che al momento non è presente personale espatriato nel paese e che le attività della compagnia in Libia procedono regolarmente.

Chi pensava che il conflitto in Libia fosse in via di risoluzione è stato smentito dai fatti di sangue avvenuti nell’ultima settimana a Tripoli. A fronteggiarsi questa volta sono la 7/a Brigata di Tarhuna e la milizia di Tripoli denominata “Ghenewa”, il tutto a circa 6 chilometri dal centro della capitale. Il Primo Ministro Sarraj ha chiamato a rapporto le forze speciali antiterrorismo da Misurata per ripristinare l’ordine. Nonostante ciò appare sempre più evidente come Sarraj non controlli altro che una piccola porzione del territorio di Tripoli.
Particolarmente interessante è il ruolo della la Settima brigata di Tarhuna, città roccaforte dei Gheddafi che nel 2011 si schierò in difesa del colonnello. Nel 2016, insediatosi a Tripoli, il neonato Governo Sarraj cercò una riconciliazioe con i militari di Tarhuna, tra i più addestrati in Libia. Per fare ciò costruì una caserma della Guardia Prensidenziale in città e affidò alla Settima Brigata il controllo e la messa in sicurezza dell Aeroporto Internazionale di Tripoli. Queste mosse non vennero accolte favorevolmente dalle milizie tripoline. Dopo aver ricevuto forti pressioni (intimidazioni, attentati) dalle varie formazioni armate della Capitale, il governo Sarraj revocò ufficialmente il mandato della Settima Brigata di difendere l’aeroporto. Ciò nonostante il Ministro dell’Interno chiese alle forze di polizia di Tarhuna di rimanere a presidiare la zona. Questo ha scatenato la reazione delle Milizie della capitale, a loro dire tradite dal Governo.
Questo è solo l’ultimo spaccato di un conflitto destinato a durare più a lungo del previsto. Questo perchè, come si evince dal “prologo” degli scontri di questi giorni, la Libia è un paese unito e delimitato da confini ben precisi solo nella testa di noi europei. La Libia al contrario è un territorio vastissimo e difficile da controllare, plurale per etnia e interessi, per anni “tenuto insieme” da un colonnello che si faceva garante di questi interessi interni, senza disdegnare la repressione.
Se il Governo di Unità Nazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite deve soddisfare gli appetiti di questa o di quest’altra milizia, la spirale di violenza non potrà mai esaurirsi. Le milizie altro non sono che l’espressione militare di gruppi di potere legati dalla stessa provenienza etnica o dagli affari, alcune in lotta tra loro da sempre e potentissime nella loro rispettiva piccola fetta di territorio.
Per quanto Sarraj possa sforzarsi, dal 2016 è in balia di questi interessi che in qualsiasi momento possono uscire allo scoperto riaccendendo la miccia. Se in Libia ci fosse la reale intenzione di instaurare uno regime democratico, la parola d’ordine dovrebbe essere federalismo. Questo non vuol dire che sia facile o immediato perseguire questa via, motivo per il quale i governi del “mondo libero” hanno appoggiato e perdonato tutto a Gheddafi, purchè mantenesse l’ordine. Ma questi pensieri non sfiorarono neanche per un attimo gli inglesi e i francesi quando nel 2011 bombardarono Tripoli senza avere un piano ben preciso per il futuro.
Federico Rago





