In un mondo diviso tra Body Shaming e Body Positivity, l’accettazione dei corpi è utopia. Prima con la rappresentazione di principesse esili e minute costrette a soverchiare le perfide donne “obese”, poi attraverso riviste e televisione. Il prototipo di bellezza è stato fissato e schedato. Le stesse ragazzine che un tempo guardavano con ammirazione una perfezione immaginaria, alla fine sono cresciute. Ciò che appariva ai loro occhi come fittizio, si è poi concretizzato sui social. Una bellezza irrealistica, indottrinata e normalizzata per anni, tanto da non lasciare spazio a un corpo diverso. Quanto accaduto dopo lo show Savage X Fenty ne è l’esempio.
Quando corpi comuni sono definiti plus size
Qualcuno potrebbe faticare a credere che in passato, prima ancora della nascita delle Fashion Week come le conosciamo oggi, la scelta di far indossare un capo di abbigliamento aveva uno scopo puramente tecnico. Vi era l’obiettivo di valorizzare l’abito, mostrarne il tessuto, il taglio e le proporzioni. O, ancora, farne capire la vestibilità su fisici differenti. Gradualmente, ma in modo irreversibile, l’accento sembrava volersi porre su chi quell’abito lo stava indossando. I criteri riguardo a chi potesse essere una modella sono diventati sempre più restrittivi, che si parli di altezza o, come in questo caso, di centimetri. Allora chi bisogna incolpare? Coloro che hanno scelto di seguire lo stesso modello estetico o chi, invece, prova a sradicare un’ideologia discriminatoria?
Aver optato per il termine “discriminatorio” non è stato un caso. Scegliere quale corpo possa andar bene e quale, invece, debba essere scartato a priori è a tutti gli effetti discriminazione. Con l’avvento dei social, poi, questo problema è diventato ancora più consistente. È in risposta al bisogno di vedere più diversificazione che iniziano ad arrivare i primi brand con modelle plus size. La prima tra tutti è stata Victoria’s Secret con Ali Tate Cutler, un passo in avanti avvenuto soltanto nel 2019. Introdurre donne con una taglia comune ha richiesto del tempo e ha portato anche una categorizzazione, a quanto pare necessaria, per differenziarle dalle altre. Si parla di curvy, plus size, fatkini. Queste denominazioni dimostrano che, pur gridando al cambiamento, si è ancora lontani dalla reale accettazione.
L’inclusività non normalizza i disturbi alimentari
Le persone sfruttando ancora la derisione dei corpi altrui per ferire. Altri, invece, trainano la body positivity per normalizzare qualcosa che dovrebbe essere già normale. Pertanto parlare dello show di Savage X Fenty è obbligatorio. Dopo una premessa tanto lunga qualcuno potrebbe chiedersi: cosa avranno mostrato di tanto surreale all’interno dello show? Preparatevi a rimanere delusi, perché la risposta è ben diversa da quello che potreste immaginare. Nello show in questione sono state mostrate, come detto dagli utenti stessi, le vere taglie forti. Un’allusione rivolta a quei brand che, dichiarandosi inclusivi, hanno selezionato “semplicemente” modelle non sottopeso. Una buona fetta di pubblico si è mostrata a dir poco indignata per quella visione definita “disgustosa”.
È preoccupante, ancora oggi, leggere commenti tanto perfidi rivolti a un corpo che, per la precisazione, solo corpo non è. Molti ignorano la veridicità di quelle immagini, di quelle persone. Credono che una simile scelta possa essere fuorviante poiché normalizzerebbe o promuoverebbe l’obesità. Un problema sottovalutato quando le suddette modelle, invece, erano chiaramente sottopeso o anoressiche. Tuttavia, ciò che alcuni non considerano, è la motivazione dietro l’inclusione. Non si parla di promozione di disturbi fisici/alimentari, né tantomeno di incoerenza. L’inclusività è necessaria per mostrare agli altri corpi che esiste un posto e una rappresentazione anche per loro, a prescindere dalla taglia.
Stefania Cirillo





