Sentimental Value” è l’ultimo film del regista Joachim Trier, già autore acclamato de “La persona peggiore del mondo” e “Reprise”, ha messo in scena un dramma familiare minimalista.
Il film racconta di un anziano regista di culto Gustav Borg (Stellan Skaarsgaard) che vorrebbe girare l’ultimo film con la figlia Nora (Renate Reinsve) attrice protagonista che si rifiuta.

Allora decide di sostituire la figlia con un’attrice americana (Elle Fanning) che però fa vestire, truccare e tingere come la figlia. La figlia attrice soffre di depressione da quando è piccola, accudita solo da una sorella Agnes (Inga Ibsdotter Lilleas) di formazione storica, che indaga sulla vita della nonna morta suicida dopo essere stata nei campi di concentramento. A riunirli è il funerale dell’ex-moglie e madre delle ragazze.

Sentimental Value, assenze e proiezioni: il rapporto padre e figlia

È la storia di un padre che proietta la madre sulla figlia e di una figlia che si sottrae, diventando l’oggetto irraggiungibile del desiderio, così com’è stato lui un padre assente, scappato in Svezia, quando era bambina.
Anche nel rapporto tra il regista europeo Borg e l’attrice americana emerge una dialettica tra due tipi di cinema.
Tutto gira intorno ad un’assenza sempre presente, la nonna, che riemerge per sottrarre.
Scava nelle vite dei viventi con uno stile impersonale come nelle sue memorie, dove tutta quella sofferenza viene raccontata già da morta pur essendo ancora in vita. Un film irrisolto che fa sentire la mancanza che ti risucchia dentro.
Questa piccola sinfonia minimalista sull’assenza resta dentro e ti lascia qualcosa perché ti forza a spogliarti e sottrarre tutto ciò che è superfluo, lasciando il corpo scarnificato delle emozioni.
Nella bianca luce del nord, danza lo scheletro delle anime morte, di un passato che infesta casa.

Dialoghi e silenzi: quando il cinema trattiene più che raccontare

Passando alle dolenti note invece, pur essendo già stato magnificato come l’erede di Ingmar Bergman che a sua volta faceva Ibsen, in questo caso sono rimasti solo gli arredamenti d’interni del regista che ha pianto quando morì Hitler. Ispirato all’ultimo periodo, quello di Sussurri e Grida e Sinfonia d’autunno, Trier ha lasciato solo l’atmosfera senza vita che si manifesta in dialoghi piatti. Anche la stessa estetica IKEA, presa in giro durante il film, è esattamente figlio di questo minimalismo imposto in tutte le accademie e che diventa sempre più sterile, prevedibile e scontato.

Sembra quasi a volte l’equivalente del timido che si sente superiore perché non parla perché chissà quale grande segreto profondo nasconde, poi quando lo fa ti viene da dire “tutto qua?” Restavano tanto in silenzio per nascondere che non avevano molto da dire. Se domandi “ma perché?” resta tutto nel non detto, in piccoli accenni mai sviluppati e ti rispondono che sono artisti, quindi, non devono spiegare nulla.

Sentimental Value è un’esperienza di deprivazione sensoriale, vorrebbe restituirci cosa vuol dire essere depresso, ma finisce quasi per fartela venire.

(Matteo Vitale)