Dopo le inchieste della procura di Milano sullo sfruttamento, molte grandi aziende di moda e logistica hanno iniziato a regolarizzare in anticipo le proprie filiere per evitare indagini e danni d’immagine.
Secondo un’inchiesta del Post, negli ultimi anni alcune grandi aziende della moda, della logistica e della grande distribuzione hanno avviato trattative dirette con la procura di Milano per “ripulire” le proprie filiere — prima ancora di finire formalmente sotto indagine. Un nuovo tipo di reazione preventiva, nato all’ombra delle indagini coordinate dal sostituto procuratore Paolo Storari, che negli ultimi anni ha spostato il focus dallo sfruttamento individuale a quello sistemico, coinvolgendo anche i marchi committenti, e non più solo gli appaltatori minori.
Il cambio di paradigma: responsabilità di filiera
Per decenni, le inchieste sullo sfruttamento lavorativo si erano fermate ai livelli più bassi della catena: piccoli appaltatori, cooperative di manodopera, subfornitori. Il ragionamento era semplice: le grandi aziende si limitano a commissionare il lavoro, non a controllarlo.
Con l’approccio della procura di Milano, questa presunzione di estraneità è stata incrinata. Oggi, i grandi marchi vengono considerati responsabili del mancato controllo sulle proprie filiere, anche quando gli abusi vengono commessi da società terze.
Non potendo imputare direttamente reati di sfruttamento ai brand, la procura ha scelto di usare strumenti diversi: amministrazioni giudiziarie (che impongono un controllo esterno temporaneo sulla filiera) o sequestri preventivi. E proprio questo nuovo modo di intendere la responsabilità ha spinto alcune aziende a muoversi per tempo, negoziando “piani rimediali” con la procura: interrompere contratti con fornitori sospetti, assumere direttamente lavoratori sfruttati, o riorganizzare i controlli interni.
Sfruttamento a Milano: giocare d’anticipo per salvare l’immagine?
Conviene, soprattutto per la reputazione
spiega l’avvocato penalista Armando Simbari, che ha assistito diverse aziende in questa fase di regolarizzazione autonoma.
Le imprese sanno bene cosa succede quando non si muovono per tempo: le inchieste su Armani, Alviero Martini, Valentino, Loro Piana, Amazon, DHL, GLS, FedEx, Esselunga hanno mostrato cosa comporta finire sui giornali come “azienda dello sfruttamento”. Oltre ai danni d’immagine, arrivano lunghi e costosi negoziati con la procura per ottenere l’archiviazione o la revoca dei provvedimenti.
“Giocare d’anticipo”, spiega Simbari, significa evitare l’esposizione mediatica, gestire in autonomia la riorganizzazione interna e (paradossalmente) trasformare la regolarità in marchio etico: un valore aggiunto da esibire.
Sfruttamento, autoregolazione e “giustizia” a Milano?
Le inchieste di Milano, in questo senso, stanno producendo un effetto preventivo: alcune aziende scelgono di “sanarsi” per paura di finire nello stesso registro delle indagini che hanno travolto i concorrenti. Non è un ravvedimento morale, ma una gestione del rischio reputazionale. Un modello che rovescia il paradigma del diritto del lavoro: non è lo Stato a dettare la norma, ma la possibilità di uno scandalo a spingere le aziende verso la legalità.
Il confine tra responsabilità e marketing etico resta sottile. Ma il dato politico è chiaro: quando la reputazione vale più del lavoro, la giustizia smette di essere un deterrente e diventa un servizio di compliance. E a pagare il prezzo, ancora una volta, sono gli stessi lavoratori che il sistema dice di voler proteggere.





