Ormai è a tutti gli effetti sotto gli occhi di tutti: lo shadow ban di gran parte dei contenuti sulla Palestina ci fa interrogare sulla libertà dei nostri media.

Meta ha attribuito il problema a un bug. Ma gli utenti dicono che i loro post sulla crisi umanitaria a Gaza sono stati messi a tacere. La situazione a Gaza è indescrivibile: la striscia è come un inferno a cielo aperto e il bilancio delle vittime è in aumento. La cosa grave è che i morti non sono nemmeno numericamente paragonabili a quelli in Ucraina: in questo conflitto ne sono morti molti di più e in molto meno tempo. Parliamo di una tragedia con conseguenze catastrofiche e senza precedenti.

Attraverso i social media, una sfilza di informazioni viene condivisa, La cosa grave che salta subito all’occhio è che alcune di queste news sono senza dubbio disinformazione e notizie false. La cosa più grave è che ci sono resoconti fattuali riguardanti Gaza che non vengono pubblicati. E sono questi post pro-palestinesi che sarebbero stati oscurati e censurati su Instagram, dicono molti utenti.

Due parole sullo shadow ban contro la Palestina

Lo shadow ban è riconducibile ad una serie di azioni segrete con lo scopo di limitare la visibilità di un post su una piattaforma di social media. Lo shadowban attacca i contenuti online, che diventano “non sono consigliati” nella pagina Esplora, nel feed, nei reel. Addirittura a volte, lo shadowban significa anche essere oscurati al punto che non si è in grado di essere trovati attraverso la ricerca effettuata appositamente. Lo shadowbanning è una forma spesso nascosta di moderazione della piattaforma che limita chi vede un contenuto, piuttosto che vietarlo del tutto.

Secondo secondo un approfondimento di Vice sulla storia del termine, è probabile che abbia origine nei sistemi di bacheca di Internet degli anni ‘1980. A questo punto, lo shadowbanning è arrivato a significare qualsiasi “metodo davvero opaco per nascondere gli utenti dalla ricerca, dall’algoritmo e da altre aree in cui i loro profili potrebbero essere visualizzati”, ha affermato Jillian York, direttore per la libertà di espressione internazionale per la Electronic Frontier Foundation (EFF). Un utente potrebbe non sapere di essere stato shadowbannato. Invece, potrebbero notare gli effetti: un improvviso calo dei Mi piace o dei repost, per esempio. I loro follower potrebbero anche avere problemi a vedere o condividere i contenuti pubblicati da un account shadowbannato.

Meta che nega lo shadow ban contro la Palestina

La guerra produce un’ondata di immagini violente, propaganda e disinformazione online, che circolano a un ritmo rapido e innescano intense reazioni emotive da parte di coloro che la guardano. E’ inevitabile. La preoccupazione degli attivisti e degli osservatori dei diritti digitali è che i contenuti sui palestinesi non siano trattati in modo equo dai sistemi di moderazione delle piattaforme, portando, tra le altre cose, allo shadowbanning. Meta ha risposto alle accuse di shadowbanning durante il fine settimana. Andy Stone, direttore delle comunicazioni dell’azienda presso Meta, ha rilasciato una dichiarazione su X, attribuendo il problema di visibilità a

“un bug che ha un impatto su tutte le storie che hanno ricondiviso i post di Reel e Feed”.

sostenendo che:

Questo bug ha colpito gli account in tutto il mondo e non aveva nulla a che fare con l’argomento del contenuto, e l’abbiamo risolto il più rapidamente possibile

Ma poi, quando gli è stato chiesto di fornire ulteriori spiegazioni, Instagram non ha saputo rispondere.

Come rispondono gli attivisti?

Emergono anche distorsioni nel modo in cui alcuni termini vengono classificati dagli algoritmi di moderazione. Sappiamo che questo specifico tipo di pregiudizio può influenzare i contenuti palestinesi perché è già accaduto in passato. Nel 2021, durante un’altra escalation del conflitto tra Hamas e Israele, i gruppi per i diritti digitali hanno documentato centinaia di rimozioni di contenuti che sembravano prendere di mira ingiustamente i sentimenti pro-Palestina. Meta alla fine ha riconosciuto che i suoi sistemi stavano bloccando i riferimenti alla moschea di al-Aqsa, un luogo sacro per i musulmani che è stato erroneamente segnalato nei sistemi di Meta come collegato a gruppi terroristici.

A tal proposito attivisti e giornalisti utilizzano “scorciatoie” fantasiose. In vari modi, che potete trovare online, sono nati neologismi (misti di simboli, lettere e emoji) per parlare dell’argomento “eludendo” questo misteriosissimo bug. Siccome a quanto pare funzionano, non intendo debunkarli qui e vi consiglio di andare a osservarli voi stessi. Con un po’ di fantasia è piuttosto semplice restare immersi in questi nuovo attivismo in neo-lingua (per fare una citazione letteraria).

Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine