In Siria, dopo la caduta di Assad, si aprono nuovi scenari geopolitici: orientiamoci insieme.

La Siria, teatro di una guerra civile lunga oltre un decennio, vive una svolta drammatica: il presidente Bashar al-Assad è fuggito a Mosca con la famiglia, lasciando un Paese in balìa di una coalizione ribelle che spazia dai filoturchi ai jihadisti. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stato convocato d’urgenza per affrontare questa crisi, mentre la comunità internazionale si interroga sulle prossime mosse.

Muhammad al-Bashir è stato scelto per guidare il governo di transizione. La nomina, emersa durante un incontro tra Ahmed Al-Sharaa, al-Bashir e l’attuale premier Muhammad Al-Jalali, dovrà gestire la complessa fase post-Assad. L’opposizione armata, dopo aver conquistato Damasco e la provincia di Latakia, si trova ora in controllo di aree strategiche, ma ha dichiarato di non voler invadere le basi militari russe nella regione. La bandiera dell’opposizione è stata issata sull’ambasciata siriana a Mosca, simbolo di un cambiamento epocale.

La posizione internazionale rispetto alla Siria e ad Assad (in breve)

La reazione internazionale è frammentata. La Russia, che ha concesso asilo ad Assad, si è dichiarata “sorpresa” dalla rapidità degli eventi. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha sottolineato lo stupore per l’incapacità dell’esercito siriano di resistere ai ribelli, mentre il Cremlino ha mantenuto una posizione ambigua sul futuro della Siria.

Israele, invece, ha oltrepassato per la prima volta in 50 anni il confine siriano sul monte Hermon, consolidando la propria presenza nelle Alture del Golan per “motivi di sicurezza”. Gli Stati Uniti hanno bombardato 75 obiettivi dell’Isis. Hanno dichiarato il proprio sostegno alla transizione “pacifica” del potere. Infine, l’Europa ha sospeso le procedure di asilo per i rifugiati siriani, uniformandosi alla linea adottata da Italia, Germania e Austria. Una decisione che evidenzia l’ipocrisia di un continente che si erge a difensore dei diritti umani, ma che chiude le porte a chi fugge dalla guerra, dimostrando indifferenza verso una delle più gravi crisi umanitarie del nostro tempo.

La questione curda, le tensioni regionali, le ombre del passato

Tra i principali sviluppi, l’Esercito Libero Siriano (FSA), sostenuto dalla Turchia, ha sottratto Manbic al controllo delle milizie curde YPG (Unità di Protezione Popolare). Queste ultime, componente armata del movimento politico curdo PYD, avevano amministrato la città dal 2016, facendone una roccaforte strategica a ovest dell’Eufrate. La città è cruciale per il controllo territoriale e per i collegamenti tra le aree curde. La popolazione araba locale, spesso marginalizzata sotto l’amministrazione curda, ha collaborato con i ribelli. Così sono stati liberati i prigionieri dalle carceri, un gesto simbolico che ha rafforzato la narrativa di liberazione promossa dall’FSA. Tuttavia, questa vittoria riaccende le tensioni con Ankara. Ankara mira a stabilizzare la Siria attraverso un governo inclusivo ma secondo i propri interessi strategici, alimentando le critiche sull’uso di gruppi ribelli come proxy per espandere la propria influenza.

Le ombre del regime: il “mattatoio umano” che era Sednaya

La caduta di Assad ha portato alla liberazione della prigione di Sednaya, tristemente nota come “il mattatoio umano”. Questo carcere militare, situato nei pressi di Damasco, è stato il simbolo delle atrocità del regime: torture sistematiche, esecuzioni sommarie e condizioni disumane. Video diffusi sui social mostrano donne e bambini che cercano disperatamente i propri cari scomparsi, dando voce a un dolore che per anni è rimasto invisibile al mondo. Secondo organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International, almeno 30.000 persone sono morte per torture in questo luogo. Poi, oltre 100.000 risultano scomparse durante il regime di Assad.

La liberazione di Sednaya è simbolo di speranza per molti, ma non solo. Dobbiamo considerare attentamente le implicazioni di una liberazione massiva come quella avvenuta a Sednaya. Potrebbe non essere stata concepita per garantire il reale benessere delle persone coinvolte, né dei detenuti né delle comunità esterne, ma piuttosto per rispondere a calcoli politici e geopolitici. Questo evento dovrebbe fungere anche da monito sulle conseguenze di decenni di violenze e repressione sistematica. Rimangono aperti interrogativi sulla capacità del Paese di affrontare i crimini del passato. Ma anche di fare giustizia alle vittime e costruire le basi per una reale riconciliazione nazionale.

Siria, la caduta di Assad e il ritorno dei rifugiati

Il crollo del regime ha innescato un fenomeno opposto a quello visto negli ultimi anni: migliaia di rifugiati siriani in Turchia stanno cercando di tornare in patria. Lunghe file si sono formate al confine, soprattutto verso la provincia di Aleppo, dove molti sperano di ricostruire una vita dopo anni di esilio. In Turchia, circa 4 milioni di rifugiati siriani hanno accolto la notizia con festeggiamenti, alimentando la speranza di un nuovo inizio.

Sembrerà ovvio dirlo: la caduta di Assad è un momento cruciale per la Siria, ma il rischio di caos è alto o addirittura altissimo. Le divisioni tra i gruppi ribelli, le ingerenze internazionali e le tensioni etniche rendono il futuro del Paese altamente incerto.Siamo in un contesto dove la transizione rischia di essere guidata più dalle ambizioni geopolitiche che dalle necessità del popolo siriano. Quindi, la strada verso una stabilità duratura appare ancora lontana.

Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine