Da martedì la città di Aleppo, in Siria, è tornata a essere un campo di battaglia. Le milizie governative guidate dal presidente Ahmed al Sharaa e le Forze democratiche siriane (SDF), composte prevalentemente da combattenti curdi, si stanno scontrando in alcuni quartieri del nordovest. Da quando le milizie islamiste hanno rovesciato il regime di Bashar al Assad nel 2024, questi sono i combattimenti che rappresentano la crisi più grave da allora.

Gli scontri tra il governo siriano e i curdi continuano

L’attuale bilancio conta almeno 21 vittime civili. Le due parti continuano a scambiarsi accuse reciproche: da un lato le forze curde accusano il governo della morte di 12 civili, mentre le autorità siriane li accusano dell’uccisione di 9 civili. Non sono ancora disponibili dati certi sulle perdite tra i soldati, ma coloro che hanno assistito descrivono lo scenario come brutale, tra bombardamenti, droni, colpi di arma da fuoco e l’uso di carri armati. I quartieri principalmente coinvolti nel conflitto sono Sheikh Maqsoud, Ashrafieh e Bani Zaid – zone a maggioranza curda -. L’obiettivo dell’esercito siriano è quello di sottrarre il controllo di queste aree alle SDF. Secondo le ultime notizie i soldati governativi stanno già occupando il quartiere di Ashrafieh, avanzando verso Sheikh Maqsoud.

Attualmente il governo siriano, tentando di arginare la catastrofe umanitaria, ha proclamato un cessate il fuoco temporaneo. La tregua è stata prevista inizialmente fino a venerdì e poi prolungata, in modo da consentire l’evacuazione dei civili e il ritiro dei combattenti curdi nelle zone interessate. Secondo il Comitato centrale di risposta di Aleppo, circa 140 mila persone sono riuscite ad abbandonare le proprie abitazioni alla ricerca di un rifugio. La situazione attuale mette in dubbio il futuro politico del paese. È proprio il rapporto con la minoranza curda a costituire l’aspetto più complesso per il nuovo esecutivo. Sono sei anni che le SDF controllano un terzo della Siria, tra cui alcune aree strategiche per l’estrazione petrolifera. Mazloum Abdi, il leader curdo, ha partecipato a dei colloqui per integrare le proprie forze nello Stato centrale, ma le trattative sono state inconcludenti.

L’ipotesi di una pace duratura della “nuova Siria” sembra lontana

Le richieste avanzate dai curdi sono una maggiore autonomia e una decentralizzazione. Tuttavia, il governo di al Sharaa ha difficoltà ad accettare le proposte. In aggiunta, le pressioni internazionali non fanno che complicare una situazione già in forte crisi. La Turchia, alleata con il nuovo governo siriano, considera le SDF un’organizzazione terroristica a causa del loro legame con il PKK. Dall’altro lato gli Stati Uniti, pur avendo diminuito il supporto nel 2019, continuano a sostenere i gruppi curdi. La città di Aleppo, già sottoposta a innumerevoli crisi negli anni precedenti, adesso sta affrontando un nuova fase di instabilità che rischia di mettere in pericolo la possibilità di pace della “nuova Siria”.

Stefania Cirillo