Cinema

“Sound of Metal”: ritrovare te stesso perdendo tutto ciò che ami

Sound of Metal è un film Amazon Original disponibile sulla piattaforma Prime Video narrante la storia di Ruben (Riz Ahmed), un batterista metal che un giorno, improvvisamente, perde il senso più importante per un musicista: l’udito. Dopo lo sgomento e il rifiuto iniziale della diagnosi e, soprattutto, la rinuncia alla musica, Ruben accetta di iniziare un percorso di accettazione presso una comunità di sordi.

Sound of Metal: recensione e analisi del film di Darius Marder

Ruben è costretto a vivere una condizione che non aveva previsto e che non intende accettare. Il periodo che trascorre nella comunità, tuttavia, gli apre tantissime opportunità e gli mostra che la disabilità non gli impedisce di condurre una vita normale.
Ruben pian piano apprende la lingua dei segni e impara da zero a comunicare di nuovo e, soprattutto, fa conoscere a dei ragazzi non udenti la musica. Grazie alle vibrazioni delle percussioni, infatti, Ruben ritrova la gioia e la motivazione, ed è ancora più determinato a sottoporsi a un intervento per l’inserimento di un impianto cocleare. Ma l’intervento, se possibile, lo isolerà ancora di più.

Riz Ahmed in una scena di “Sound of Metal” © controcampus.it

In Sound of Metal siamo posti su due livelli di interpretazione e visione non appena Ruben si trova a perdere l’udito: da una parte il regista sceglie di farci immedesimare nel protagonista, nel suo stato d’animo e nelle sue sensazioni; dall’altra ci ricorda che siamo spettatori e, soprattutto, non ci troviamo a vivere la sua stessa situazione (eccezion fatta, ovviamente, per le persone a loro volta sorde).
Il modo in cui Marder attua queste soluzioni è ottimo. Condividendo il punto di vista di Ruben il suono si azzera totalmente, mentre riprendendo da un’altra inquadratura il ragazzo e gli eventi i rumori sono ben udibili perché non siamo altro che spettatori esterni. Questa scelta di non far immedesimare lo spettatore nel disagio personale del protagonista ricorda molto quella di Gus Van Sant in Elephant, dove i personaggi non vengono mai ripresi frontalmente proprio per evitare un coinvolgimento emotivo del pubblico.

Parola d’ordine: sound design

È ovviamente il suono a farla da padrone in Sound of Metal, o meglio la sua assenza. Il film pur essendo la storia di un musicista non presenta, eccezion fatta per i titoli di coda, alcuna canzone, ma soltanto rumori ordinari: discorsi e voci, cinguettio di uccelli, rumori stradali e della natura.
Proprio il lavoro che si è fatto sul sound design, accompagnato dalla fotografia e dalla regia di Marder che alterna primi piani a totali in cui il protagonista non è quasi mai frontale, riesce a rendere la pellicola intima e in grado di centrare il messaggio più importante della storia: dopo una caduta ci si può solo rialzare.

Una scena di “Sound of Metal” © cinema.everyeye.it

Questo messaggio è trasmesso attraverso due bellissimi climax: il primo verso il baratro, dal suono della musica metal al silenzio più assoluto; il secondo verso la rinascita, dalla sordità alla riacquisizione dei suoni, che tuttavia non era come Ruben aveva immaginato.
Il silenzio, perciò, è davvero così tanto peggiore del suono del metal?

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Crediti fotografici: cinefiliaritrovata.it, controcampus.it, cinema.everyeye.it

CHIARA COZZI

Chiara Cozzi

Critica cinematografica per passione, scrittrice per vocazione.
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