Split Fiction è l’ultima opera di Hazelight Studios, già conosciuto per It Takes Two e A Way Out. Josef Fares porta nuovamente sui nostri schermi un cooperativo, che purtroppo questa volta ha non pochi problemi. Parliamone insieme.
Premessa: in questa recensione i paragoni con It Takes Two saranno molti. Mi risulta molto difficile evitarli se si parla di due opere dello stesso team di sviluppo, dello stesso publisher e anche dello stesso genere.
Grande potenziale, pessima resa
In Split Fiction interpretiamo due ragazze, Mio e Zoe, intente a firmare un contratto di pubblicazione dei loro romanzi con la casa editrice Razer. Sorge però un problema: prima della firma le due devono utilizzare un macchinario dalla funzione a loro sconosciuta.
Mio si ribella e rimane per sbaglio intrappolata nella stessa cupola in cui si trova Zoe, causando un malfunzionamento nella Macchina e facendo scoprire alle due protagoniste che l’obiettivo della casa editrice è quello di rubare le idee dei giovani scrittori che si sottopongono all’esperimento.
Le ragazze per fuggire dovranno collaborare all’interno dei racconti frutto della loro fantasia e sfruttare il glitch creato dall’intrusione di Mio per distruggere il macchinario dall’interno.
La premessa potrebbe anche essere interessante, le ambientazioni scelte sono abbastanza semplici ma sono anche quelle che accontentano i gusti di tutti: sci-fi e fantasy.
Peccato per il modo banale in cui entrambe vengono sviluppate. Hazelight Studios ha infatti deciso di inserire ogni tipo di cliché collegabile ai due generi.
Ci troviamo quindi di fronte a cavalcate di draghi, corse in moto, mutaforma e giochi di gravità, tutti realizzati nella maniera più banale e noiosa possibile. Ma ne riparleremo più avanti.
René, non sento l’Africa
La prima grande mancanza che ho avvertito giocando Split Fiction è la connessione emotiva con le protagoniste.
Intanto partiamo dal fatto che la caratterizzazione di Mio e Zoe è decisamente molto, troppo, abbozzata.
Mio è lo stereotipo della ragazza dura e scorbutica, che però si comporta in maniera scontrosa a causa di una vita che l’ha sempre presa a calci.
Zoe invece è l’eterna bambina che parla troppo e ride sempre per esorcizzare un grande dolore che la attanaglia e la tortura da anni.
Il risultato è che abbiamo una protagonista antipatica da morire e una che non chiude la bocca neanche se la paghi. Insopportabili, dall’inizio alla fine del gioco.
E con due personaggi così mi è risultato impossibile stabilire empatia, che probabilmente era necessario per i momenti forzatamente strappalacrime (oltre che estremamente banali) che il gioco ti propone. E non sono una persona insensibile, anzi io piango praticamente per tutto.
A tutto questo aggiungiamo che la relazione tra le due si sviluppa molto lentamente e in maniera irregolare, con un’impennata di fiducia verso il finale senza una reale costruzione del rapporto in precedenza.
E qui ci troviamo di fronte a un grande peggioramento rispetto a It Takes Two (che a me è piaciuto e continua a piacere molto), che aveva certo una trama più semplice, ma anche una scrittura migliore delle dinamiche relazionali dei protagonisti.
Insomma, non ci siamo proprio.

Scivola, rampino, scivola, rampino, rampino, scivola…
Fin dall’inizio il titolo cerca di farci credere che il ritmo sarà molto più veloce e dinamico rispetto a quello a cui ci ha abituati It Takes Two.
E lo fa tramite una serie di escamotage cinematografici che all’inizio possono sembrare piacevoli, ma che alla lunga annoiano.
Sezioni intere di Split Fiction sono lunghe scivolate, in cui non devi far molto se non evitare qualche ostacolo ogni tanto, o grandi corse tra un aggancio con rampino e un altro.
Simpatico da vedere a inizio gioco, ma quando ci si accorge che accade praticamente ogni dieci minuti comincia a infastidire.
Anzi, a me ha dato l’impressione che fosse un modo pigro per accorciare ulteriormente le sezioni di enigmi ambientali.
Un mondo vuoto
Vi ricordate It Takes Two con le sue piccole mappe aperte ma piene di mini-giochi o piccole attività da fare insieme al vostro player-two? Bene, scordatevele.
Questo titolo è un lunghissimo corridoio dove le attività secondarie sono pochissime e poco interessanti.
Quelle più importanti sono le Storie Secondarie, ovvero brevi storie che le protagonista hanno creato molto tempo prima o che hanno scartato dopo l’ideazione. Anche qui siamo di nuovo di fronte a grandi scivolate, piccole gare e cosine del genere.
Niente di entusiasmante, anche se alcune mi sono parse addirittura più curate della storia principale.
Quindi poco da esplorare, poche cose in più da fare, mini-giochi divertenti grandi assenti.
L’arte del riciclo
Il gameplay di Split Fiction è secondo me uno dei più suoi tasti più dolenti.
Ci troveremo infatti davanti a una piccola quantità di meccaniche riciclate da It Takes Two ripetute all’infinito e rimodellate per il contesto in cui sono inserite. Eccoci qui a saltare grazie a un meccanismo attivato a distanza come con gli amplificatori nell’ultimo capitolo di It Takes Two o ad aprire i portoni tramite un grab a distanza come si faceva con Cody nel livello del giardinaggio.
Una delle cose belle del precedente titolo di Hazelight Studio era proprio che il gameplay cambiava in continuazione, dando ritmo al gioco e mantenendo sempre attenti i giocatori. Qui invece abbiamo non solo poche meccaniche, ma le abbiamo anche già viste tutte.
Qualche idea carina arriva verso il finale del gioco, ma si tratta proprio di un paio di cose e neanche particolarmente brillanti.
Tedioso e ridondante.

Grafica, forse è il momento di migliorare?
La grafica di It Takes Two non era decisamente il suo punto forte, si salvava però grazie allo stile cartoon (e al fatto che i modelli umani si vedevano per veramente poco tempo). Speravo saremmo migliorati molto più di così sotto questo punto di vista.
Sicuramente su Split Fiction c’è stato un lavoro più attento rispetto a quello dell’opera precedente, ma purtroppo non basta.
Le protagoniste sono molto spesso inespressive, alcune ambientazioni sembrano uno scheletro di qualcosa ancora da costruire, ma soprattutto le animazioni sono pessime. Legnose a livelli massimi e veramente poco fedeli ai reali movimenti umani.
Una grafica che avrei potuto accettare in altri contesti, ma che diventa problematica nel momento in cui ci si rende conto che non si capisce su che aspetto di gioco lo studio abbia posto realmente la sua attenzione.

In conclusione…
A mio parere Split Fiction non è un buon titolo. Non è la cosa peggiore che io abbia giocato, per carità, ma i problemi sono veramente tanti.
Non brilla sotto il punto di vista grafico, non ha uno storytelling particolarmente entusiasmante, il gameplay è noioso e ripetitivo.
E mi dispiace perché It Takes Two è il mio cooperativo preferito in assoluto e speravo veramente di potermi nuovamente godere un gioco di questo tipo.
Sono sinceramente amareggiata e delusa di essermi ritrovata a scrivere in questo modo di un titolo in cui riponevo grandi speranze.
E che al pubblico pare stia piacendo molto (anche se secondo me è un’opera che verrà presto dimenticata, a differenza di It Takes Two).
Forse non sono io il target? Forse è per videogiocatori più casual? O che semplicemente hanno giocato meno titoli e quindi si meravigliano ancora di poter cavalcare un drago?
Questo purtroppo non lo so, spero solamente che Hazelight Studios per la sua prossima opera decida di prendere una direzione diversa.
SPLIT FICTION | TESTATO DA PC
VOTO: 5
Federica Giorgi
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