Il giornale svedese Dagens Nyheter ha pubblicato la notizia che Spotify avrebbe contribuito alla realizzazione dell’ultimo Inauguration Day, la cerimonia d’insediamento in cui Donald Trump ha fatto ufficialmente ritorno alla Casa Bianca. Daniel Ek, dall’alto del suo patrimonio (stimato da Forbes) di 4,8 miliardi di dollari, avrebbe finanziato l’evento con centocinquantamila euro. Numeri non da capogiro, tenendo conto delle donazioni di altre aziende come Amazon e Meta, che hanno sborsato somme ben maggiori, ma abbastanza elevati da far capire in che direzione il vento dei multimiliardari stia soffiando.

Domenica 19 gennaio, il giorno prima delle celebrazioni, il colosso dello streaming ha organizzato un brunch per festeggiare il ruolo che i podcast hanno avuto nelle elezioni presidenziali. Tra questi, quello firmato da Joe Rogan, fervente sostenitore del tycoon e noto per le sue teorie complottiste, talmente assurde da aver “costretto” Neil Young a interrompere la collaborazione con Spotify per un paio d’anni.

Spotify finanzia i festeggiamenti per Trump: la reazione dell’industria musicale

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Daniel Ek, CEO di Spotify

Il portavoce della società ha così giustificato l’iniziativa: «Da tempo Spotify organizza eventi a Washington D.C. e in altre capitali del mondo. A tali eventi partecipano leader politici, personalità dei media, colleghi del settore appartenenti a tutto lo spettro politico. Si tratta di una normale attività».

L’industria musicale, tuttavia, appare piuttosto divisa riguardo alla posizione di Spotify. United Musicians and Allied Workers (UMAW), un sindacato a difesa dei lavoratori del settore, non sembra infatti troppo felice di questa svolta. Attraverso un commento su X, il portavoce ha così riassunto il tutto:«A questi CEO mega-ricchi non frega nulla dei lavoratori che fanno funzionare le loro aziende, ma solo d’esser parte del potere oligarchico di Trump». Guardando il parterre d’imprenditori e multimilionari presenti e sorridenti alla cerimonia, il dubbio in effetti viene.

Federica Checchia

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