Gli agenti federali continuano a intensificare e a diffondere negli Stati Uniti un clima di terrore e repressione. I cittadini, indipendentemente dalla regolarità dei documenti, vivono nel terrore. Chiunque rischia l’arresto, l’espulsione o la morte stessa. Mentre il grido di protesta “ICE OUT” risuona contro gli arresti arbitrari dell’agenzia interna, la cronaca attuale riporta casi agghiaccianti: l’arresto di una studentessa della Columbia University e la morte di un rifugiato abbandonato al gelo dalla Border Patrol.

Gli agenti federali dell’ICE proseguono con gli arresti (senza accuse)

Agenti Federali Arresti - Photo Credits People.com
Ellie Aghayeva, studentessa della Columbia University – Photo Credits People.com

Giovedì mattina gli agenti dell’ICE sono entrati in un edificio residenziale della Columbia University, a New York, con uno scopo ben preciso: arrestare una studentessa. Tuttavia, gli agenti per avere il permesso di entrare nella struttura hanno fornito informazioni false, questo è quanto ha riferito l’Università stessa. Dopo aver dichiarato di dover cercare una persona scomparsa, si sono introdotti e hanno provveduto all’arresto di Ellie Aghayeva, originaria dell’Azerbaijan. Il dipartimento ha motivato l’arresto sostenendo che il visto fosse scaduto e, non frequentando più le lezioni, risiedesse nel paese illegalmente. Gli avvocati che hanno gestito il caso hanno evidenziato due fattori importanti: gli agenti non avevano un mandato d’arresto e, inoltre, il visto di Aghayeva era perfettamente regolare.

Lo stesso sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha parlato di quanto accaduto con Donald Trump ricevendo rassicurazioni su un imminente rilascio. Poi, quello stesso pomeriggio, la studentessa è stata liberata. Tuttavia, quanto accaduto a Aghayeva non è il primo caso alla Columbia. Circa un anno fa, infatti, lo studente Mahmoud Khalil, attivista pro-Palestina, è stato fermato nell’edificio, nell’atrio del suo dormitorio e detenuto per oltre cento giorni. La detenzione, è bene ricordarlo, è stata prolungata malgrado mancassero accuse formali.

Per Nurul Amin Shah Alam serve “un’indagine completa e trasparente”

Agenti Federali Arresti - Photo Credits Mother Jones
Nurul Amin Shah Alam, l’uomo trovato senza vita a Buffalo – Photo Credits Mother Jones

Gli agenti della Border Patrol (polizia di Frontiera, anch’essi sotto il Dipartimento della Sicurezza Nazionale come l’ICE) avevano preso in custodia Nurul Amin Shah Alam per breve tempo dopo il suo rilascio dall’ufficio dello sceriffo della contea di Erie. L’uomo, dopo essere stato detenuto con l’accusa di aggressione e possesso di armi, aveva patteggiato all’inizio di questo mese. Era poi uscito su cauzione in attesa della sentenza a marzo. Lo stesso portavoce della polizia di Frontiera ha dichiarato alla CBS che Alam era stato lasciato in un punto vicino all’ultimo indirizzo noto dell’uomo. Tuttavia, secondo WIVB (stazione televisiva locale affiliata alla CBS con sede a Buffalo) la famiglia si era trasferita e non era stata avvisata del suo rilascio. Alam era un uomo di 56 anni affetto da divere patologie, tra cui una grave compromissione della vista.

Le autorità dello stato di New York chiedono fermamente un’indagine sugli eventi che lo hanno condotto al decesso. Il sindaco di Buffalo, Sean Ryan, ha definito quanto accaduto ad Alam “evitabile”, “profondamente inquietante” e “una violazione dei doveri da parte della polizia di Frontiera”. Ryan ha successivamente aggiunto: “Un uomo vulnerabile — quasi cieco e incapace di parlare inglese — è stato lasciato solo in una fredda notte d’inverno senza alcun apparente tentativo di condurlo in un luogo sicuro e protetto. Questa decisione della Polizia di Frontiera è stata poco professionale e disumana”. In seguito, il deputato statunitense, Tim Kennedy, ha espresso l’urgenza di “un’indagine completa e trasparente a livello locale, statale e federale”. E mentre le indagini faranno il loro corso, nelle strade e nei campus degli Stati Uniti il timore resta: chi sarà il prossimo?

Stefania Cirillo