Esteri

Sudan, raffica di arresti tra gli oppositori e manifestanti

Le forze di sicurezza del Sudan hanno effettuato una raffica di arresti di attivisti e manifestanti nel tentativo di porre fine all’opposizione al colpo di Stato del generale Abdel Fattah al-Burhane. Ieri sera alcuni soldati hanno affrontato i manifestanti determinati a mantenere le barricate e lo sciopero generale.

Scontri sono avvenuti, in particolare, nel distretto di Bourri, a est di Khartum, dove centinaia di manifestanti hanno lanciato sassi, e nel sobborgo di Khartum-Nord dove le forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma. In serata il ministero dell’Informazione, fedele al governo deposto, ha dichiarato in un comunicato che le forze di sicurezza stanno rafforzando il controllo sulla capitale: “Quartieri e strade sono stati bloccati da mezzi blindati e uomini armati” e “donne trascinate a terra”. Ha inoltre esortato la comunità internazionale a indagare sugli abusi commessi contro manifestanti disarmati.

Intanto l’Unione Africana e la Banca Mondiale hanno aumentato la pressione sull’esercito: la prima ha sospeso il Sudan dai suoi orgsanismi e la seconda ha cessato i suoi aiuti, vitali per questo povero Paese sprofondato nella stagnazione economica e nel conflitto.

Il Sudan rappresentava uno degli ultimi tentativi di democratizzazione ancora in corso nel mondo arabo, ma il 25 ottobre alcuni militari hanno messo fine all’esperimento con un colpo di stato contro il governo di transizione nato dopo la rivoluzione del 2019, che aveva rovesciato la dittatura di Omar al Bashir. I militari golpisti si sono scontrati con l’iniziale resistenza della popolazione. Alcune persone hanno perso la vita durante gli scontri.

La transizione era estremamente fragile. L’obiettivo finale era l’organizzazione di nuove elezioni, ma negli ultimi mesi pochi osservatori avrebbero scommesso sulla possibilità di arrivarci senza intoppi. Il processo si basava su un delicato compromesso tra la società civile e i generali del vecchio regime. Il primo ministro del governo di transizione, Abdallah Hamdok, parlava di “alleanza paradossale” tra civili e militari, tra rivoluzionari e vecchi carnefici.

Il paradosso ha smesso di esistere il 25 ottobre: il capo del governo, un economista che in passato ha lavorato per le Nazioni Unite, è stato arrestato e condotto in un luogo sconosciuto con l’accusa di essersi rifiutato di collaborare. Altri dirigenti civili sono stati arrestati. L’accesso a internet è stato bloccato. Radio e televisioni diffondono soltanto programmi musicali. Gli uomini armati al servizio dei golpisti perlustrano la capitale.

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