“Fermiamo l’estremismo”, si legge in rosso su un cartellone raffigurante una donna il cui volto è coperto dal niqab – il velo integrale islamico utilizzato da una minoranza di musulmane – attraverso cui gli occhi – unica cosa in evidenza – appaiono minacciosi. Sembra quasi una di quelle immagini stereotipate che vedono gli ebrei con il ‘naso grande’. E invece era solo la propaganda del Comitato Egerking, promosso dalla destra più conservatrice, per convincere a dire al referendum che in Svizzera ha sancito – con una maggioranza del 51,2% di voti favorevoli – il divieto di nascondere il proprio volto in tutti gli spazi pubblici: negozi e luoghi all’aperto, salvo che in quelli di culto. Una generalizzazione – quella effettiva adesso in 26 cantoni svizzeri – volta a tutelare l‘incolumità di tutti. Almeno ufficialmente. “Sei favorevole al divieto delle coperture totali del viso?”, si chiedeva nel quesito. Perché precisare il divieto di Burqa avrebbe certamente sollecitato un attacco al mondo islamico – come già avvenne nel 2009 con la proibizione della costruzione di minareti – riaprendo un dibattito sulla condizione delle donne musulmane, che era più comodo evitare allargando l’iniziativa anche agli hooligans e ai manifestanti di piazza violenti, che si nascondono dietro sciarpe e passamontagna per non farsi individuare dalla polizia. “Contro la dissimulazione del volto”: questo era l’unico intento. Ufficialmente, ribadiamo.

L’esito del referendum ha visto, tra l’altro, un voto ancora più deciso da parte degli abitanti del Canton Ticino, dove i voti favorevoli al divieto di burqa e niqab sono saliti al 60%, confermando quella linea intrapresa già nel 2013. “Uguaglianza e libertà”, ma anche e soprattutto sicurezza, sarebbe lo scopo della legge approvata, la stessa che secondo i sostenitori impedirà alle donne di essere costrette a nascondere i loro volti. Una ‘costrizione’ su cui, tuttavia, si è giocato un po’ troppo, sottovalutando le vere motivazioni che risiedono dietro determinate scelte, e verso le quali spesso si mostra troppo pregiudizio, dato da un’evidente poca conoscenza – per non dire ignoranza. Sì, perché il burqa (o burka) è semplicemente un capo d’abbigliamento.

“L’islamofobia è ora nella Costituzione”

L’ironia della sorte ha voluto che al referendum si votasse proprio in questo periodo di Coronavirus, con le mascherina sanitarie ampiamente utilizzate, e “con la mascherina è come se tutti avessimo il niqab”, ha dichiarato Assia Belhadj, mediatrice culturale e fondatrice del Movimento sulle donne musulmane d’Italia. La stessa che ha fatto notare quanto in Svizzera la questione “sicurezza” sia stata solo un espediente dietro cui si è nascosta l’estrema destra, insieme a tutte le sue ‘pulsioni’. A ribadirlo è stata Alia Himmat, attivista e membro della comunità islamica ticinese, sottolineando come di fondo non ci sia mai stato un confronto con il partito Udc, e che “Chi vede da fuori non capisce [perché] questo è un percorso personale. Al velarsi e alla donna musulmana è associato tutto un pensiero negativo. La legge così com’è – ha aggiunto – imprigiona chi si vorrebbe liberare: questo tipo di normativa costringe in casa chi si ritiene a suo agio a uscire solo con il niqab o il burqa”.

E allora diciamolo che l’immaginario degli islamici terroristi è quello più diffuso per noi occidentali. Perché questa è la verità. Eppure c’è chi, come la professoressa Muzzarelli, ricorda che il velo è una caratteristica del mondo mediterraneo in generale: “La copertura del capo ha attraversato le civiltà. Mia nonna non era una musulmana, credeva semplicemente fosse un corredo necessario. In ogni civiltà il velo ha assunto caratteri interpretativi”. E infatti: solo che nel nostro di credo ha assunto l’interpretazione sbagliata – quella più bigotta – per cui chi si copre il volto è una sottomessa. Ma il peggio è che costringere qualcuno a non poter fare delle scelte che, se ad alcuni sembrano inappropriate, per altri sono addirittura banali – poiché rientrano nella loro stessa cultura – finisce fondamentalmente per omologare e, allo stesso tempo, distruggere le libertà di ciascuno. E in questo caso allora sì che siamo tutti dei sottomessi. “Il velo non è una questione islamica esiste in tutto il mondo ed è una scelta personale. A volte si dimentica la storia […] Ci sono tante persone che vogliono liberarci, ma siamo libere“. E noi dovremmo solo accettarlo, invece di fingerci promotori di ‘battaglie’ che neanche esistono.

Francesca Perrotta