Muore suicida l’11 febbraio 1963, a Londra, la poetessa e scrittrice americana Sylvia Plath. Il riconoscimento del suo talento solo dopo la morte

Morire è un’arte, come qualsiasi altra cosa-. Io lo faccio in modo eccezionale. Io lo faccio che sembra un inferno. Ammetterete che ho la vocazione. Parole di Sylvia Plath, esponente della poesia confessionale e scrittrice americana di cui ricorre oggi, 11 febbraio, , l’anniversario della morte, nel 1963. Si suicida dopo aver preparato la colazione ai suoi due bambini, avuti dal poeta Ted Hughes, col quale ha un rapporto viscerale e malato.

Sylvia Plath e il romanzo La campana di vetro

Va in cucina, chiude tutto e apre il gas. Ha soli 31 anni, soffre di disturbo bipolare. Ha pubblicato un mese prima il suo unico romanzo La campana di vetro, con lo pseudonimo di  Victoria Lucas. Dove racconta di se stessa attraverso il suo alter ego, Esther Greenwood, una giovane studentessa del college fragile e anticonformista che finisce in un sanatorio.

L’ossessione della morte

La morte viene presentata fin dalla frase di apertura del romanzo. Così come già 10 anni prima, aveva tentato il suicidio, all’età di 21 anni. Proprio questo lascia intuire quanto ci sia di autobiografico nella vicenda raccontata, anche se di questo suo lavoro, pare abbia parlato pochissimo e non si sa con esattezza quando abbia iniziato a scriverlo.

Ted Hughes, il marito di Sylvia Plath - photo credits Poetry Fundation
Ted Hughes, il marito di Sylvia Plath – photo credits Poetry Fundation

Aspirazioni personali e pressioni sociali sulle donne

Dalla critica riceve pareri discordanti negli Usa, mentre in Germania, paese di cui era originaria la famiglia della donna, il libro viene definito “infantile e poco credibile”. Solo agli inizi degli anni’70, con le rivendicazioni femministe, l’opera viene rivalutata.

Non tanto per quel che riguarda la tematica del disagio psichico in sé quanto per quella delle pressioni sociali sulle donne, condannate quasi sempre a dover rinunciare alle proprie aspirazioni e di cui la follia sembra essere un’ estrema conseguenza.

Celebre solo dopo la morte

Più in generale, la critica sembra non accorgersi di lei se non dopo morta, quando ne fa simbolo della donna contemporanea e delle sue angosce. Sia per la sua tragica fine, che sembra anticipare quella di tanti artisti maledetti del decennio successivo. Sia, appunto, per aver vissuto in prima persona la sofferenza di un matrimonio infelice da cui non sembra esserci via di uscita.

Il burrascoso matrimonio con Tedd Hughes e il suo antagonismo

La scrittura frenetica che l’accompagna nella sua vita domestica (scrive un’ultima poesia, intitolata Orlo, anche il giorno della sua morte) non le dà alcun sollievo. Il marito, probabilmente frustrato e invidioso del suo talento, fa di tutto per accentuare la conflittualità tra il matrimonio e la carriera che lei già sentiva.

Non solo il suo romanzo, ma anche le poesie scritte in precedenza, vengono apprezzate solo postume, quando lo stesso Hughes si preoccupa di curarle e pubblicarle. Fa eccezione però The colossus, raccolta pubblicata nel 1960 con cui il talento della Plath aveva suscitato attenzione. Tra le altre sue opere: Ariel, Attraversando l’acqua, Alberi invernali e soprattutto i Diari, pubblicati nel 1971. Di questi, l’ultimo, in cui parlava del suo matrimonio, è stato distrutto da Hughes.

Anna Cavallo