Cultura

Tatiana Pavlova, la capacità di anticipare i tempi

Attrice e regista, formata alla scuola di  Stanislavskij, fonda una sua compagnia a Roma e innova  il concetto di regia in teatro. Pirandello la detesta, D’Amico la chiama a insegnare all’Accademia d’Arte drammatica

Indomita, autoritaria, pionieristica, con Tatiana Pavlova il teatro italiano si apre alle prospettive di innovazione introdotte con la regia teatrale ed esce dalle anguste prospettive provinciali in cui era confinato. Anticipa, già a partire dagli anni ’20, la complessità del lavoro del regista, che sarà indispensabile per portare in scena gli autori della seconda metà del Novecento. Un concetto, quello della regia, come frutto del lavoro di insieme più che di una singola individualità che la Pavlova ha assimilato negli anni in cui inizia a lavorare, diciassettenne, nella compagnia di Pavel Orlenev, che la scopre come attrice e poi la inizia alla   regia.

Tatiana Pavlova, la capacità di anticipare i tempi
DISEGNO DI TATIANA PAVLOVA (PHOTO CREDITS MINERVA AUCTIONS)

Impara da lui a ripulire la recitazione dai propri pensieri e dal proprio temperamento e poco dopo affronta i ruoli di Grusenka ne I fratelli Karamazov di Dostoevskij, Irina in Lo zar Fedor Ioannovic di Tolstoy, Ofelia in Amleto di Shakespeare. Con la regia si muove agevolmente fin dall’inizio, anche se ammette, “non avevo esperienza, mi limitavo a fare quello che lui mi diceva e, stranamente, mi riusciva bene”. Nata nel 1890 in Ucraina e intrapresa la strada del teatro in modo istintivo, senza averne alcuna familiarità, affina il suo talento nel teatro di Minsk, dopo aver lasciato la compagnia di Orlenev per poi essere scritturata a Odessa.

È già un’attrice affermata, il teatro russo è in fermento, sulla scia dell’approccio alla recitazione di Stanislasvskij, che rivendica un metodo più strutturato, in cui l’attore mette in gioco la propria immaginazione e attinge dal proprio bagaglio emotivo per rivivere ciò il personaggio prova e sente, impara a dividere il testo in sequenze per capire i suoi comportamenti e approfondisce l’interazione con agli altri attori. Nel 1914 debutta al cinema nel film L’uomo non è di legno di Garin e due anni dopo entra a far parte proprio del Teatro d’Arte di Mosca, fondato da #Stanislavskij e interpreta La signorina Giulia di Strindberg.

Tatiana Pavlova, la capacità di anticipare i tempi
TATIANA PAVLOVA (PHOTO CREDITS WWW.TEATRONOVECENTO.IT)

Quando scoppia la rivoluzione russa i cittadini stranieri hanno la possibilità di lasciare il Paese e lei, con passaporto jugoslavo, decide di raggiungere la Turchia, poi arriva a Roma, dove incontra D’Annunzio. Non conosce la lingua, eppure è qui che decide di fondare una sua compagnia, recitando in italiano, ma con criteri russi. Dopo una parentesi parigina, fa quindi ritorno in Italia, prima a Torino e poi a Roma, da Cesare Dondini, che insegna recitazione alla scuola di Santa Cecilia. Grazie a un amico connazionale incontra Giuseppe Paradossi, membro di uno dei maggiori consorzi di teatro, con cui riesce a realizzare il progetto di una sua compagnia, che finanzia di tasca propria.

Tra gli attori che vengono scritturati anche un giovane Vittorio De Sica. Il repertorio spazia da Strindberg a Sheldon a Tolstoy. I ragazzi vanno a casa sua, dove cerca di creare un ambiente familiare e informale, in cui ci si siede al tavolo e si parla prima ancora dei copioni, dell’attore, dell’epoca in cui è ambientata l’opera, dei personaggi e dei loro rapporti, per poi passare alla parte tecnica e al lavoro sulla voce. Il primo spettacolo va in scena nell’ottobre del 1923 al Teatro Valle di Roma con Sogno d’amore di Kossorotov. Marco Praga è impietoso verso la sua pronuncia con cadenza russa.

Ma lei va avanti, chiama Mario Pompei per la scenografia de La signora delle Camelie di Dumas e a Milano porta in scena L’avventura terrestre e Marionette che passione! di Rosso San Secondo, nel ’29 firma la regia di Mirra Efros di Gardin e nello stesso anno D’Annunzio le scrive una lettera di complimenti. A Pirandello invece non piace, proprio per come concepisce la regia, che la Pavlova cerca di rinnovare attraverso un approccio sia scientifico che pedagogico. Nel 1933 arriva in Italia Nemirovic Dancenko, che ha fondato il Teatro d’Arte insieme a Stanislavskj e che lei ha sempre venerato come maestro, a dirigere Il giardino dei ciliegi di Cechov.

Nel 1935 viene chiamata da Silvio D’Amico a insegnare regia nell’Accademia di Arte drammatica a Roma. Il suo talento è ormai riconosciuto. Lei accetta a patto “che gli allievi attori si presteranno come vivo materiale per gli allievi registi”. Vuole che il suo metodo venga seguito sennò non se ne fa nulla. Il lavoro di regista lo paragona a quello di uno psichiatra, in grado di intuire le reazioni dell’attore, di capire se in lui prevalgono il temperamento o i nervi e insegnargli a gestirli per lavorare al meglio sul palco. A proposito del teatro italiano, nell’intervista radiofonica rilasciata per la trasmissione Il mestiere dell’attore a cura di Fernaldo Gianmatteo e Alessandro D’Amico nel 1963, dichiara che “il repertorio non è alla portata del Paese ed è per questo che in Italia il teatro è sovvenzionato, non vive di sé”.

Nel 1946 la sua ultima apparizione cinematografica nello Zoo di vetro di Tennessee Williams, per la regia di Luchino Visconti e gli anni a venire impegnata nella regia di opere liriche. Muore a 81 anni, nella casa di riposo di Grottaferrata.

Anna Cavallo

Back to top button