Quella della terramazione è una pratica relativamente discussa e, secondo alcuni, anche controversa. Il motivo principale è che il rito funebre si è evoluto nel corso della storia: attraverso culture, religioni e contesti storici. La scelta, quindi, di dare una nuova vita ai corpi fondendoli con la terra suscita perplessità. Eppure per Kristoffer Hughes, esperto nel settore, si traduce in un modo «bellissimo e straordinario» di trasformare il corpo dopo la morte.
Hughes e la sua «epifania» quando ha scoperto la terramazione
TW: L’articolo contiene dettagli sui servizi funebri di compostaggio umano, argomento che alcuni lettori potrebbero ritenere sensibile.
Hughes, conduttore radiotelevisivo, autore e leader dell’Ordine dei Druidi di Anglesey, ha alle spalle tre decenni di esperienza come tecnico autoptico specializzato al servizio dei coroner britannici e internazionali. Il rapporto così stretto con la fase postuma alla morte e il suo legame con l’antica tradizione spirituale celtica che venera la natura (druido praticante), sono stati il fulcro del suo successivo lavoro. L’uomo, quindi, quando ha scoperto l’esistenza del compostaggio umano ha avuto quella che definirà poi «un’epifania». Essendo, in aggiunta, anatomista, ritiene che «ogni singola molecola del nostra corpo ci venga data in prestito». Spiega che, in virtù di questo concetto, «è nostra responsabilità restituire quelle molecole alla terra che ce le ha fornite all’inizio».
Il pensiero di Hughes, tuttavia, non è circoscritto al mondo spirituale. L’interesse nasce simultaneamente anche dal suo profondo legame con la natura. L’attivista evidenzia infatti quanto i riti funebri convenzionali possano essere inquinanti: una singola cremazione emette in media 280 kg di CO2, mentre le sepolture tradizionali occupano suolo e possono contaminare le falde acquifere con i prodotti chimici usati per l’imbalsamazione.
Al contrario, la terramazione risulta essere sotto ogni aspetto non solo ecologico, ma in totale rispetto con l’ambiente, trasformando i corpi in suolo ricco di nutrienti. In primo luogo, questa pratica riduce le emissioni di CO2 del 90% e non utilizza alcun prodotto chimico per l’imbalsamazione, sostanze che possono contaminare le falde per anni. Hughes sostiene: «Da druido, l’idea di diventare un dono, invece che un peso, il fatto che la mia morte non sarà la fine, mi riempie di gioia». In questo modo non è più «catena di montaggio» o «flusso costante di corpi da smantellare». È, invece, trasformazione e nuova vita.
La terramazione arriverà anche in Europa?
Attualmente, 14 Stati americani legalizzano il compostaggio umano, mentre uno Stato della Germania settentrionale ne consente la pratica in forma parziale. Eppure, il sostegno sta crescendo anche in tutta Europa, soprattutto in fasce d’età (tra i 16 e i 35 anni) che tendenzialmente non trattano argomenti analoghi. L’attivista riporta: «Quella fascia non si limita a chiedersi che cosa ricicla o qual è la propria impronta di carbonio. È anche disposta a considerare come la propria morte contribuirà all’ecologia… Ho parlato con diciassettenni che mi dicono: “Voglio essere sottoposto a terramation quando morirò”».
Il governo britannico attende per questa primavera la pubblicazione di uno studio che analizzerà l’introduzione di pratiche come l’idrolisi alcalina (alternativa alla cremazione che utilizza l’acqua) e il compostaggio umano. La decisione potrebbe dipendere non solo da regolamenti di settore, ma anche da leggi specifiche che valutano dove potrebbero sorgere le strutture per il compost. Hughes, augurandosi che la terramazione possa raggiungere anche altri paesi, conclude dicendo: «Alla fine, potrò rivolgermi al pianeta e dire: “Ecco a te cara, ecco 115 chili di compost, divertiti e fatti crescere degli alberi”. Non è adorabile?».
Stefania Cirillo





