Cinema

“The Foreigner”, quando la politica è una questione personale

The Foreigner“, film uscito nel 2017 sotto la direzione di Martin Campbell, per molti appassionati del cinema di Jackie Chan, rappresenta forse l’opera più raffinata nella quale lo stuntman di Hong Kong sia mai stato coinvolto. Merito di una sceneggiatura che riesce ad affrontare tematiche sociali non indifferenti, trattate nel romanzo “Chinaman” di Stephen Leather da cui questo film è tratto.

The Foreigner
Photo credit: WEB

La trama

Quan Mihn (Jackie Chan) è un rifugiato con trascorsi nella guerra del Vietnam che adesso gestisce un ristorante cinese a Londra. Malgrado sia ormai diventato di temperamento mite, la sua unica figlia viene uccisa a causa di un attentato dell’IRA. Deciso a combattere i guerriglieri terroristi per scoprire la verità, Quan si scontrerà più volte con il Governo e con Scotland Yard, finendo lui stesso per utilizzare gli stessi metodi illeciti di coloro che sta perseguitando.

“The Foreigner” come contraddizione

Abituati da sempre a riconoscere in Jackie Chan il simbolo dei film d’azione pregni di leggerezza dell’estremo Oriente, a vedere “The Foreigner” ci si potrebbe sentire spiazzati. Ma da un punto di vista positivo. “The Foreigner” non ci presenta lo stuntman cinese come l’eroe di cui ormai conosciamo ogni cliché. In una strategia narrativa più “americana” – ci si passi il termine -, Jackie Chan diventa un antieroe tipico da film d’azione, non lesinando di usare gli stessi metodi dei suoi nemici. Una contraddizione alla quale non eravamo abituati.

The Foreigner
Photo credit: WEB

Grazie soprattutto all’ottimo romanzo di Leather, le difficoltà nel discernere quale sia il “bene” e quale sia il “male” in un ambito così complesso come quello dell’indipendenza irlandese, diventano la perfetta base per una narrazione molto tormentata e reale. Una nuova umanità per un protagonista ormai immerso in un quarantennio di stereotipi. In una questione tanto delicata come quella irlandese, “The Foreigner” ci mostra quanto sia labile il confine tra le giuste cause di unificazione etnica e la violenza che scaturisce da esse. Un perfetto saggio su una società nella quale è sempre più impossibile comprendere cosa sia o cosa non sia “moralmente retto”. Non dimentichiamo neppure la superba interpretazione di Pierce Brosnan, il quale rappresenterebbe il “bene” inteso come forze dell’ordine, ma, seguendo il fil rouge precedentemente spiegato, le sue connotazioni lo mantengono comunque un personaggio ambiguo.

MANUEL DI MAGGIO

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