Scrivere questo articolo con End of August in cuffia potrebbe offuscare il giudizio, ma la sensazione è nitida: Noah Kahan è l’artista che ci meritavamo. Se l’album Stick Season lo aveva lanciato nel tritacarne dei social – croce e delizia dei nostri tempi, oggi decisamente più delizia – il nuovo capitolo The Great Divide ne consacra la maturità. E lo fa con una mossa sfacciatamente alla Taylor Swift: rilasciare una versione deluxe, The Last of the Bugs, nemmeno ventiquattr’ore dopo l’uscita, regalando ai fan quei brani che già fluttuavano nell’aria tra anticipazioni live e frammenti social.

Il ritorno necessario: tra Stick Season e The Great Divide

Noah Kahan, 29 anni, nato a Strafford, è riuscito con quest’album a prendere il successo, (ri)portarlo in Vermont e guardarlo riflesso negli occhi di chi è rimasto lì ad aspettarlo. La vera novità infatti è il cambio di prospettiva. Kahan smette di guardarsi allo specchio e inizia a chiedersi cosa vedano gli altri quando lo osservano dietro uno schermo. Cosa prova la tua famiglia quando torni a casa e sei diventato “qualcuno”? Sei ancora lo stesso o il successo è solo una giustificazione per le tue assenze?

Il cantautore esplora il senso di colpa di chi se n’è andato, ribaltando la narrazione di Stick Season che lo vedeva come unico protagonista. Qui è il posto da cui è scappato a rispondergli, a volte con gentilezza, spesso con rabbia. Il suo Vermont smette di essere solo un luogo fisico per farsi strumento, per sondare lo spazio tra la sua nuova identità e la versione precedente di se stesso. Questa è la “grande divisione” di cui l’artista parla: il divario tra chi sei e chi eri, tra due vecchi amici, tra l’estate e l’autunno, ma soprattutto tra la tua essenza e l’immagine che il mondo ti cuce addosso.

Luce e ombra: il significato profondo di The Great Divide

Il passaggio tra il vecchio e il nuovo capitolo è un continuum emotivo. Se l’outro di The View Between Villages – ultima canzone dell’album Stick Season – sfumava in un silenzio riflessivo dopo l’esplosione, End of August riprende esattamente da quel punto. Non è un nuovo inizio, piuttosto un ritorno ciclico. Quel verso «Last of the bugs leaves their home again» era un indizio, il presagio che i temi della fuga e del ritorno avrebbero saturato anche questo disco, disco in cui l’autenticità di Noah Kahan si sente in ogni nota. Dove non c’è finzione ma vita che accade.

In Willing and Able, il testo taglia come una lama: «They say you’re a light; all I see is a shadow». Mentre il mondo lo vede brillare, chi lo conosce davvero osserva l’ombra che proietta. È una narrazione viscerale che trova la sua sponda visiva nel documentario Noah Kahan: Out of Body. Il film di Nick Sweeney ci mostra Noah in quel limbo tra la sua vita precedente e la realtà attuale, perso nei meandri di pensieri che non riescono a stare fermi neanche quando tutto sembra andare bene. La sua paura di non essere all’altezza del suo successo è la stessa paura della sua famiglia che lo guarda cambiare, come la madre, da dietro una veranda.

In 23, Kahan tocca il nervo scoperto di elaborare un lutto di qualcuno che però è ancora qui. Scrivere dalla prospettiva di chi hai lasciato indietro è un atto di coraggio doloroso: «Stay gone. Won’t you stay gone?». È l’invito brutale a non tornare, a non inquinare il ricordo con la nuova versione di sé.

L’asfalto come unico confessionale

È raro vedere artisti in grado di creare un album con una narrazione così coerente, fatta di sottotrame e personaggi ricorrenti; qui ritroviamo alcuni personaggi che abbiamo conosciuto per la prima volta nell’album di debutto di Noah. E non sembra un caso che così tanti brani abbiano come protagonista un uomo e la sua macchina. Poche attività incarnano meglio la sensazione di transizione di un lungo viaggio in auto. Lo spazio per riflettere si apre tra un chilometro e l’altro, mentre sfumano i contorni dei posti che ti lasci indietro. Kahan infatti apre l’album con un viaggio malinconico mentre le stagioni cambiano e continua a guidare attraverso American Cars, Downfall, Paid Time Off e Dashboard.

Questo disco è fatto per chiunque debba salire in macchina e andare, senza sapere se la meta sia un ritorno o una fuga definitiva. Forse, poco importa. Perché, alla fine, il posto è solo una coordinata geografica. È ciò che ci succede nel viaggio ad essere importante. E magari, in questo divario tra chi eravamo e chi siamo diventati, possiamo finalmente trovare un po’ di pace.

Camilla Golia

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