The Lodge | Recensione

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Di Redazione Metropolitan

“The Lodge”, il nuovo film di Veronika Franz e Severin Fiala, arriva nei cinema in questo gennaio 2020. Ecco le nostre impressioni.

“The Lodge”, in questo gelido inverno del 2020, giunge nelle sale dei nostri cinema. Si tratta di un film venduto come thriller, benché i risvolti narrativi e le sue atmosfere sfociano ben presto nell’horror, soprattutto per l’abbondare di inquadrature fisse, simmetriche e di kubrickiana memoria. Per prima cosa, come di consueto, raccontiamo gli spunti iniziali di trama senza fare spoiler.

The Lodge | Recensione
Photo Credit: WEB

Richard Hall (Richard Armitage), dopo il suicidio della moglie Laura (Alicia Silverstone), intraprende una relazione con Grace (Riley Keough), una donna dal terribile passato invisa ai due figli di lui, Aiden (Jaeden Martell) e Mia (Lia McHugh), i quali la considerano responsabile del crollo della loro madre. Deciso a far familiarizzare i due pargoli con Grace, Richard organizza una gita natalizia in una baita montana lontana dalla civiltà, tuttavia, richiamato in città, è costretto a lasciare in casa da soli i tre, dando il la a un tourbillon emotivo e psicologico che, come proprio punto focale, porterà il passato di Grace a venire fuori.

Per coloro che hanno familiarità con la cinematografia del duo di registi austriaci, “The Lodge” ripercorre gran parte delle tematiche presenti nel precedente “Goodnight Mommy”, ossia l’idea straniante della reclusione in una villa e della conseguente psicoticità generata da essa. Tuttavia ci sentiamo di fare dei distingui, specificando che se, da un lato, il film è stato confezionato con una veste estetica invidiabile, capace di prendere – come detto – a piene mani da uno dei capisaldi del genere, ossia “The Shining” di Stanley Kubrick, dall’altro, l’intera narrazione pare reggersi su un’idea parecchio discutibile, per non dire pressappochista.

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Camere fisse, inquadrature simmetriche, lunghi piani sequenza, economia nell’uso della musica… sono tutte caratteristiche cui abbiamo già assistito parecchie volte, tanto che la presenza della neve, la reclusione dei protagonisti e la discesa di Grace in un mondo in cui la realtà e la paura si confondono, apparivano quasi una enorme citazione al Jack Torrance del maestro inglese. A metà del film, infatti, quando si erano palesati ormai i cliché del genere, la prima cosa che chi scrive ha pensato è stata: “Bello The Lodge, ma io Shining l’ho già visto”. Ciononostante, a metà del film, lo snodo narrativo che dà il la al successivo atto scenico risulta parecchio ridicolo: tutto è stato fatto per via di uno scherzo.

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La poca caratterizzazione dei personaggi secondari, ossia i due bambini, è incapace di giustificare la scelta dei due di giocare un tiro mancino a Grace, poiché, se dapprima il loro era odio, improvvisamente diviene una voglia di prevaricare. Non v’è alcuna costruzione, e, di certo, giustificare una discesa nella follia del genere, con uno scherzo giocato da due bambini, appare parecchio insulso e campato per aria. Tutto ciò che viene dopo, nel concetto estetico della baita, nella dicotomia che essa assume insieme alla casa delle bambole, scambiando la realtà con la psiche contorta e corrotta di Grace, appare scritto in modo sì semplice, ma efficace. “The Lodge” avrebbe potuto essere un buon film pieno di citazioni all’horror classico, però la mancanza di una giustificazione a quello scherzo e la mancanza di una costruzione precedente, lo rende un semplice esercizio di sceneggiatura risolto nel modo più pigro e più sempliciotto.

MANUEL DI MAGGIO

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