Il 26 marzo è uscito il trailer di Harry Potter, la nuova serie TV HBO già contestata prima ancora di debuttare. Sui social si moltiplicano le critiche: i colori giudicati più freddi rispetto ai film tratti dai romanzi della controversa J.K. Rowling, le perplessità sul cast, il confronto inevitabile con l’adattamento cinematografico che ha segnato un’intera generazione.

Il giorno prima era arrivata la notizia di un remake di 30 anni in un secondo, la rom-com dei primi anni 2000 con Jennifer Garner e Mark Ruffalo. Poco prima ancora, per celebrare i vent’anni dal debutto, su Disney+ è uscito lo speciale dedicato a Hannah Montana, in cui Miley Cyrus fa i conti con il proprio passato, ricordandoci – inevitabilmente – anche il nostro.

Tre operazioni diverse, unite da un filo comune: l’effetto nostalgia.

Il trailer di Harry Potter: che sapore ha la nostra nostalgia?

Ogni volta che viene annunciato un nuovo adattamento di una storia di successo, il riflesso automatico è gridare all’ennesimo rifacimento non necessario. Eppure, di remake e reboot ne è piena l’industria cinematografica, anche se oggi vengono spesso percepiti come un sintomo di stanchezza creativa, o peggio, di pigrizia industriale. Come se il cinema avesse improvvisamente smesso di raccontare storie nuove. È una lettura superficiale, e soprattutto storicamente inaccurata.

Il cinema ha sempre rielaborato se stesso. Ha sempre riscritto miti, adattato romanzi, reinterpretato storie già raccontate, con operazioni a volte riuscite ed altre volte con esiti dimenticabili, come può accadere in qualsiasi altro settore culturale.

Il punto di partenza è chiarire la differenza tra i due concetti:

  • Remake: rifacimento di un’opera già esistente, spesso con aggiornamenti di varia natura tecnica e culturale.
  • Reboot: riavvio di un intero universo narrativo, che riparte da zero ignorando la continuità precedente.

Alcuni esempi recenti hanno dimostrato che rifare non significa necessariamente impoverire. Dune e It hanno rinegoziato il senso dei classici da cui partivano, aggiornandoli al linguaggio visivo contemporaneo e a una sensibilità diversa.

Quando una storia viene riletta con uno sguardo nuovo, succede qualcosa di interessante: ciò che apparteneva al passato diventa di nuovo presente. Cambia il contesto, cambiano gli spettatori, cambiamo noi. E forse è proprio questo il senso del cinema: farci incontrare una storia nel momento giusto, anche se quella storia esiste già.

Remake e reboot infatti funzionano quando:

  • offrono una nuova interpretazione, non una copia
  • utilizzano linguaggi visivi aggiornati
  • rileggono temi universali in chiave contemporanea

Quando falliscono, invece, sembrano semplici operazioni commerciali. E sì, spesso lo sono. Ma funzionano comunque, perché la nostalgia ha un valore economico che non può essere sottovalutato, anche quando lo critichiamo.

Il paradosso della nostalgia

Negli ultimi anni è diventato quasi un luogo comune dire quanto il cinema non produca più nulla di originale, che conti solo l’incasso, che Hollywood viva di operazioni come sequel, prequel e spin-off. Eppure, quando un film originale arriva in sala, troppo spesso il pubblico lo ignora. E quando invece arriva un remake, molte persone – anche solo per curiosità o spirito critico – comprano il biglietto. Anche questo, per chi produce quei film, conta.

Il paradosso è tutto qui: siamo i primi a lamentarci della mancanza di novità, ma anche i primi a premiare spesso solo ciò che riconosciamo già. Ed è per questo che il discorso non riguarda solo l’industria, ma anche il pubblico. Se vogliamo un cinema più originale, dobbiamo essere disposti a concedergli attenzione e fiducia.

Inoltre, resta un punto importante. Non è detto che un remake sia automaticamente inutile, così come non è detto che la nuova serie di Harry Potter sia soltanto un’operazione commerciale. Magari, non è pensata per chi ha aspettato la lettera di Hogwarts nel 2001, ma per chi oggi ha undici anni e ha bisogno di una storia capace di farlo sognare nello stesso modo in cui è successo a noi. Non nel nostro modo, ma nel loro. Ogni generazione ha bisogno delle proprie immagini, delle proprie voci, dei propri volti attraverso cui immaginare il mondo. Le storie che abbiamo amato non smettono di esistere quando cambiano forma ma smettono solo di appartenerci in modo esclusivo. Ciò che per noi è memoria, per qualcun altro può diventare scoperta.

Per questo forse è arrivato il momento di farci qualche domanda, di capire, di osservare che magari non è il cinema a guardare indietro. Forse siamo noi che non abbiamo ancora deciso come andare avanti.

Camilla Golia

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