Cultura

Tre piani di Eshkol Nevo, gli inquilini del condominio Freudiano

Avvicinandomi per la prima volta a Eshkol Nevo con una storia ambientata a Tel Aviv mi aspettavo le atmosfere intrise di misticismo religioso care a Chaim Potok. Niente di più diverso. Se Potok ambienta narrazioni di forte connotazione ebraica a Brooklyn, Nevo, al contrario, colloca in Israele storie di quieta tribolazione da provincia americana, dove proprio la descrizione di una tranquillità artefatta richiama alla mente il Carver di “America oggi”. Se sostituissimo il nome di qualche via di Tel Aviv con quello di qualsiasi strada di New York, o le fattorie addossate al confine Giordano con i miseri insediamenti di roulottes in qualche dimenticata landa del Texas, la storia avrebbe funzionato perfettamente lo stesso. I crucci, le paure, gli impulsi e le aspettative dei protagonisti sono quelle che ben conosciamo e che l’autore descrive approfonditamente con grande perizia e capacità introspettiva in Tre Piani.

Istanze Freudiane

Per narrare le vicende che compongono il romanzo Tre piani, i tre protagonisti creati da Nevo scelgono ognuno un diverso tramite (narrazione vocale, epistolare e registrazione su nastro) che, se da un lato costringono il lettore a continui rimandi tra narrato e narratore, dall’altro permettono a quest’ultimo profonde riflessioni sulle tre diverse istanze freudiane (Es, Io, Super-io) suggerite in terza di copertina, che nella narrazione si trasformano in altrettanti sentimenti tipicamente generati dal Super-io, quali vergogna, senso di colpa e angoscia (ogni riferimento ai tre piani del titolo sarà puramente casuale?).

L’indiscussa maestria letteraria dell’autore riesce quindi a scavare profondamente nei personaggi, restituendoci ognuno di loro come un coacervo di sensibilità contrastanti, in un’irrisolvibile dicotomia tra desideri e realtà, tra ciò che vorremmo e quello che le contingenze ci permettono (o ci hanno permesso) di essere.

Le storie si susseguono con il ritmo incalzante non peculiare degli eventi, ma delle sensazioni, delle paure o delle speranze che un accadimento oggettivo ha suscitato nel protagonista. Allo stesso modo, nessuno di loro è buono o cattivo, coraggioso o vigliacco, onesto o mascalzone. La diversa interpretazione della realtà, filtrata dalla personalità di ognuno di loro, modificherà gli eventi, influenzandoli con comportamenti dettati dall’immanenza.

Tre piani: Romanzo o raccolta di racconti?

L’unico rilievo evidenziato nella lettura di Tre piani sta nella forzatura di voler trasformare tre racconti in un romanzo utilizzando il banale espediente di accomunare le storie tramite la palazzina in cui risiedono i protagonisti. Uno stratagemma forzato, quasi puerile, zoppicante nonostante il tentativo di amalgamare le vicende citando in ogni episodio gli inquilini degli appartamenti attigui.

C’è da domandarsi se la scelta di non puntare su tre racconti distinti (accomunati comunque da un’evidente atmosfera introspettiva) sia stata fatta dall’autore in piena coscienza o dettata da logiche editoriali, più propense a riconoscere al romanzo uno status di preminenza sul racconto breve.

In questo caso dissentiamo e stiamo decisamente dalla parte di Raymond Carver.     

Articolo a cura di Piero Malagoli

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