Mentre Trump sospende i visti e taglia i fondi a Harvard, la sua amministrazione punta a soffocare l’università americana sotto il controllo ideologico. Ed è gravissimo.
Non è solo un giro di vite sui visti. È un attacco diretto, chirurgico, contro il diritto allo studio e la libertà accademica. Il 27 maggio l’amministrazione Trump ha sospeso il rilascio di visti per studenti stranieri, ufficialmente per “controlli approfonditi sui social network”. Ma nel mirino c’è molto di più: c’è Harvard, simbolo d’élite e (secondo la destra trumpiana) focolare di “idee radicali” e “antisemitismo”.
Nello stesso giorno della sospensione dei visti, la Casa Bianca ha annunciato l’intenzione di rescindere tutti i contratti stipulati con Harvard, colpevole di aver difeso gli studenti durante le proteste contro l’attacco israeliano su Gaza. L’università di Cambridge, che ospita oltre 6.700 studenti internazionali (il 27% del totale), ha visto revocare la possibilità di iscrivere stranieri per il prossimo anno accademico. Non solo i nuovi: anche quelli già iscritti rischiano di dover abbandonare il paese.
C’è solo un tipo di politica che punisce il dissenso: la dittatura
A detta della portavoce Tammy Bruce, i controlli sarebbero pensati per “impedire l’ingresso a persone coinvolte in attività criminali”. Ma nella pratica, la nuova offensiva appare come una risposta punitiva alle mobilitazioni pro-Palestina, che negli ultimi mesi hanno infiammato i campus statunitensi, con Harvard in prima linea. Numerosi studenti stranieri che avevano partecipato alle proteste sono stati arrestati o hanno ricevuto minacce di espulsione.
Dietro la maschera della sicurezza si profila una strategia di epurazione ideologica, in cui l’essere straniero diventa automaticamente sospetto, e l’essere critico, pericoloso. Un modello che punta a silenziare la contestazione politica eliminandone le voci più fragili, come appunto gli studenti con visto temporaneo.
Contro Trump c’è pressione, ma Harvard resiste (forse)
La risposta dell’università non si è fatta attendere. Harvard ha presentato ricorso d’urgenza, e un giudice federale ha momentaneamente sospeso il blocco ai visti: l’udienza definitiva è fissata per il 29 maggio. Intanto, centinaia di studenti si sono riuniti in presidio davanti all’ateneo, rivendicando il diritto allo studio per tutti.
“Tutti i miei amici internazionali rischiano di dover cambiare università o lasciare il paese”
ha detto Alice Goyer, una studentessa tra le manifestanti.
Non è il primo scontro tra Harvard e l’amministrazione Trump: già il 21 aprile l’università aveva fatto causa alla Casa Bianca per la sospensione di 2,2 miliardi di dollari di fondi federali, dopo essersi rifiutata di piegarsi a richieste ritenute politicamente inaccettabili.
La solidarietà internazionale ad Harvard e l’isolamento americano di Trump
La repressione contro gli studenti stranieri ha suscitato reazioni anche fuori dagli Stati Uniti. Il Giappone e Hong Kong si sono detti pronti ad accogliere gli studenti che non potranno più iscriversi ad Harvard. La Cina, per voce del governo centrale, ha chiesto ufficialmente a Washington di “garantire i diritti legittimi degli studenti internazionali, compresi quelli cinesi”. Mentre il mondo apre le porte, gli Stati Uniti le chiudono. E lo fanno non per mancanza di risorse, ma per costruire una nuova idea di università: allineata, disciplinata, spoliticizzata. In una parola, obbediente.
Quella messa in campo da Trump non è solo una politica migratoria. È una ridefinizione autoritaria della funzione dell’università. Chi dissente, chi protesta, chi arriva da lontano ed è fuori dal canone conservatore, viene isolato. Espulso. Messo sotto sorveglianza. E mentre l’America si chiude, altri paesi si preparano a raccogliere i suoi esuli accademici. Perché (paradossalmente) è fuori dagli USA che oggi si può difendere meglio quel principio, tanto celebrato quanto dimenticato, di libertà di pensiero.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





