Il presidente venezuelano Maduro ha chiesto a sei regioni orientali del Paese di organizzare “una marcia permanente nelle strade” dopo la ripresa delle esercitazioni militari statunitensi a Trinidad e Tobago. La leader dell’opposizione e premio Nobel della Pace, Maria Corina Machado, ha rivolto un appello agli uomini che “obbediscono agli ordini infami” di Maduro a deporre le armi e a disobbedire al governo. Il presidente ha cantato la canzone Imagine ad un comizio invocando la pace: un “dono di Lennon all’umanità”, ha detto. Trump valuta i piani per il dopo-Maduro. Tra le ipotesi c’è l’esilio, l’arresto e il processo negli Stati Uniti.
Alti funzionari dell’amministrazione Trump, intanto, hanno tenuto tre incontri alla Casa Bianca questa settimana per discutere le opzioni per possibili operazioni militari in Venezuela, nel contesto della crescente presenza militare statunitense nei Caraibi. Venerdì scorso, Trump ha lasciato intendere che potrebbe arrivare presto una decisione sull’opportunità di intraprendere un’azione militare contro il Venezuela. “Non posso dirvi cosa sarebbe, ma ho già deciso”, ha riferito ai giornalisti sull’Air Force One.
Washington ha schierato da settimane una intera flotta nel Mar dei Caraibi di fronte alle coste del Venezuela con l’obiettivo di combattere il traffico di droga e ha indicato lo stesso Maduro come capo di un’organizzazione narco-terrorista denominata “Cartel de los Soles”.
Anche se, come fa notare il New York Times, l’obiettivo di Donald Trump non è chiaro: pur parlando pubblicamente di lotta contro la droga, il presidente americano, con i suoi consiglieri, ha parlato del destino di Maduro e del petrolio venezuelano, senza però definire l’obiettivo finale dell’aumento della pressione su Caracas. La mancanza di chiarezza ha spinto molti a ipotizzare che Trump voglia un cambio di regime, anche se il segretario di Stato, Marco Rubio, ha assicurato ai leader del Congresso che rimuovere il leader venezuelano non era l’obiettivo della Casa Bianca. Intanto, sul possibile intervento militare statunitense in Venezuela, Trump ha solo detto: “Non posso dirvi cosa farò, ma ho già deciso”, ha detto venerdì a bordo dell’Air Force One
Il Venezuela si trova sopra le più grandi riserve petrolifere provate al mondo, insieme a importanti depositi di oro, coltan e altri minerali cruciali per la tecnologia e la produzione energetica. Il controllo di queste risorse strategiche significa controllo dei mercati globali e della sicurezza energetica. La posizione geografica del Venezuela all’interno dell’America Latina lo rende un punto di leva fondamentale nella regione.
Il problema maggiore è che il Venezuela vende una grande quantità di petrolio alla Cina, che nel frattempo è diventata il centro di un mercato parallelo di idrocarburi che connette tra loro anche Russia, Iran e Paesi arabi. Nel concreto, vuol dire che una fetta consistente del mercato globale del petrolio non fa più riferimento al dollaro per gli scambi, ma allo yuan cinese. Una situazione che compromette molto il potere e la presa della moneta statunitense sugli altri Paesi
Non a caso, il settore degli idrocarburi venezuelano è bersaglio delle sanzioni americane da anni e, adesso, anche del contenimento marittimo compiuto dalle navi di Washington. Le navi cariche di barili non riescono cioè a partire alla volta di Pechino e degli altri clienti. L’obiettivo a lungo termine degli Usa è dunque riportare sotto il potere del dollaro l’intero mercato petrolifero, come la rete del petrodollaro era riuscita a fare dagli Anni Settanta fino a qualche tempo fa.





