Cosa sappiamo dello scempio che sta facendo Trump in Sudafrica? Una politica di follie estremiste.

Quando Donald Trump annuncia, il 27 novembre, che il Sudafrica non sarà invitato al G20 del 2026 e che gli Stati Uniti taglieranno fondi e sostegni a Pretoria, non sta solo compiendo l’ennesimo gesto plateale. Sta ribadendo, con una chiarezza brutale, che la sua politica estera è un algoritmo coloniale che legge il mondo attraverso un unico filtro: il bianco in pericolo e il nero colpevole. E il mainstream occidentale, invece di problematizzare, amplifica. Con titoli fuorvianti, cornici schiacciate sulle reazioni più visibili, riducendo una crisi geopolitica reale a un teatrino diplomatico.

Il caso degli afrikaner è emblematico: Trump prende una complessa situazione di criminalità diffusa, che in Sudafrica colpisce soprattutto la maggioranza nera, e la trasforma in un “genocidio dei bianchi”. Una narrazione semplicemente delirante, che non ha alcun riscontro nei dati, né nelle istituzioni internazionali, né nella stessa giustizia sudafricana. Chiamiamola per quel che è: una fantasia suprematista, insomma, spacciata per emergenza umanitaria.

Il doppio standard del “genocidio giusto” e del “genocidio che non si può nominare”

Che Trump parli di “genocidio” dove non esiste, e neghi quello dove gli organismi internazionali lo stanno investigando, dice tutto della sua ossessione razziale e della sua incapacità di leggere la politica globale. Ma ovviamente c’è un secondo fine, anche abbastanza palese. Non a caso, il Sudafrica è uno dei pochi paesi ad aver denunciato Israele alla Corte Internazionale di Giustizia per violazioni gravissime del diritto internazionale umanitario. Parliamo di norme precise, non di opinioni:

  • Convenzione sul Genocidio del 1948, che vieta atti compiuti con intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.
  • Art. 33 della IV Convenzione di Ginevra, che proibisce punizioni collettive.
  • Art. 51 del Protocollo I aggiuntivo, che vieta attacchi indiscriminati contro civili.
  • Statuto di Roma della CPI, che definisce bombardare ospedali, negare cibo e acqua, e impedire aiuti umanitari come crimini di guerra.

Tutto questo il Sudafrica l’ha portato in tribunale, esplicitamente. Con (letteralmente) camion interi di prove documentate. È questo il vero motivo della rappresaglia americana, non la favola dei coloni bianchi perseguitati.

Un “dispetto” che ci rivela la paura degli Stati Uniti: il Sud globale non è più subalterno

Il boicottaggio del G20 di Johannesburg e l’annuncio di voler escludere il Sudafrica dal G20 del 2026 non sono solo scatti d’ira. Sono segnali di nervosismo. Il Sudafrica appartiene ai BRICS, dialoga con la Cina, costruisce una politica estera autonoma. E, forte delle sue nuove posizioni, nomina il genocidio dove accade davvero. La verité è che Trump non sopporta un mondo multipolare. Non sopporta che un paese africano possa fare ciò che Europa e Stati Uniti non hanno il coraggio di fare: denunciare Israele e parlare esplicitamente di genocidio.

Quello vero, non quello inventato per proteggere un elettorato bianco spaventato dal proprio declino demografico. Ma soprattutto… Il punto è che gli Stati Uniti stanno punendo un paese perché ha osato applicare il diritto internazionale. Perchè esiste una gerarchia razziale nell’indignazione, nei titoli, nelle priorità. Ma l’unica cosa davvero estrema è il genocidio che continua, documentato dalle più grandi organizzazioni umanitarie del mondo, mentre i governi occidentali spostano l’attenzione su tutto il resto.

Il Sudafrica non è perfetto, ha problemi enormi, e nessuno lo nega. Ma ciò che oggi sta pagando è il fatto di essersi rifiutato di essere un alleato docile. Il tentativo di gretta propaganda è evidente: far passare chi denuncia un genocidio come “estremista”, mentre l’estremismo vero resta intoccabile

Maria Paola Pizzonia