Cinema

Umberto D, l’apogeo del Neorealismo

Umberto D.”, diminutivo di Umberto Domenico Ferrari, nelle antologie cinematografiche italiane, quando si parla di Vittorio De Sica il più delle volte trova una menzione immediatamente dopo a “Ladri di Biciclette“, considerato all’unanimità il film simbolo del maestro romano. Basterebbe snocciolare la lista di citazioni fatte a “Ladri di Biciclette” negli anni – su tutti, “Stardust Memories” di Woody Allen -, tuttavia, laddove “Ladri di Biciclette” nasceva in un’epoca in cui il neorealismo era divenuto consuetudine, “Umberto D.” si pone come un graffio inaspettato sulla nuova lavagna del miracolo economico italiano, simboleggiandone, a parere di chi scrive, l’apogeo vero e proprio: quello che non si preoccupa di andare “controcorrente”.

Umberto D. | L'apogeo del Neorealismo
Photo credit: WEB

La trama in sintesi

La storia di Domenico Umberto Ferrari (interpretato dal professore di glottologia Carlo Battisti), difatti, si apre con uno sciopero non autorizzato portato avanti da una schiera di pensionati – definiti “paria della società” -. Ciò che seguita la prima iconica scena, è la difficile vita del povero Umberto, un ex-impiegato ministeriale che si ritrova sommerso dai debiti contratti per il mancato pagamento dell’affitto. La sua triste vicenda può essere riassunta tutta qui: Umberto, accompagnato dal suo fedelissimo cane Flaik, tenta in tutti i modi di trovare i soldi per scongiurare lo sfratto che Antonia, la padrona di casa, vuole comminargli. Tuttavia, essendo la donna mossa da un secondo fine – dopo il suo matrimonio, allargherà il proprio salotto inglobando la camera di Umberto -, l’uomo capisce che gli rimangono ben poche possibilità.

Nonostante la sincera amicizia di Maria, la servetta di Antonia, la quale nasconde la propria gravidanza alla padrona per evitare di essere licenziata, Umberto mediterà sempre più di farla finita quando tutto il suo mondo crollerà, nonostante, agli occhi dei suoi conoscenti, egli cercherà sempre di mantenere una certa dignità. Giunto all’ultima curva della sua vita, pronto a gettarsi sotto un treno in corsa insieme al suo adorato cane Flaik – rifiutato da tutti coloro cui aveva provato a regalarlo per evitargli il dispiacere del padrone defunto -, è spinto a ritornare sui suoi passi quando l’animale si impaurisce e fugge perdendo la fiducia in lui. Alla fine, nonostante non gli sia rimasto più nulla, Umberto riesce a riacquisire la fiducia di Flaik, giocando con lui nel parco.

Umberto D. | L'apogeo del Neorealismo
Photo credit: WEB

Analisi

Dunque, ritornando alla nostra premessa: perché questo film non si preoccupa di andare “controcorrente”? Del resto, come in molti dissero all’epoca, sulla Roma disastrata del Dopoguerra, era presente da tempo un’ampia narrativa. Da “Roma Città Aperta”, il capolavoro di Rossellini, erano passati sette anni e, come detto, il miracolo economico stava sempre più imponendosi sulle vite degli italiani. Giulio Andreotti, all’epoca sottosegretario al ministero della cultura e dello spettacolo, espresse un giudizio parecchio critico sull’opera, accusando De Sica e Cesare Zavattini – l’eccelso sceneggiatore – di aver descritto uno scenario miope, che poneva l’accento solo su un aspetto di quella società, chiudendo un occhio su quanto di positivo stesse accadendo alla Nazione. La stessa sinistra italiana, alla quale il neorealismo era spesso accostato – impropriamente, alle volte – aveva affermato come quel filone cinematografico fosse moribondo.

Pertanto, per poterci spiegare le intenzioni della sua opera, De Sica sceglie uno stratagemma semplice ma efficace: il titolo. Essendo l’opera dedicata alla figura di Umberto, padre del regista, egli opta per lasciare una semplice “D” dopo l’Umberto del titolo, sottintendendo che quella “D” potrebbe significare tanto il secondo nome del protagonista, quanto il cognome suo e del defunto padre, vissuto in condizioni simili negli anni immediatamente precedenti. Ecco: la rappresentazione di Vittorio De Sica e Zavattini, in qualche modo si sferra contro la tipica retorica positivista da cui gli italiani sono capaci di farsi sommergere in svariate occasioni. Proprio citando “Roma Città Aperta”, ricordiamo le parole del soldato nazista: gli italiani sono malati di retorica.

Umberto D. | L'apogeo del Neorealismo
Photo credit: WEB

De Sica e Zavattini, senza alcun dubbio, spinti dalla loro esperienza a Cinecittà durante il Ventennio – Vittorio fu uno stimato attore del “cinema dei telefoni bianchi” -, evitano di compiere lo stesso errore: non chiudono un occhio accogliendo la nuova realtà. Non accettano il nascente divismo che proviene dall’America, compreso il recupero di svariati film anteguerra – ricordiamo che il regime impose un embargo su tutte le produzioni cinematografiche di provenienza Alleata -. La grandezza di questa opera sta proprio in questo: porre l’accento sugli ultimi della società in un’epoca in cui tutti cominciano nuovamente a dimenticarsene, mostrandoli nel loro tentativo di mantenere una certa dignità di fronte alla Nazione che muta.

E’ proprio questa la ragione perché, a parere di chi scrive, “Umberto D.” rappresenta l’apogeo del neorealismo: non tenta di mostrare una realtà già espressa in mille salse, bensì ne racconta l’evoluzione. I difficili tentativi di un uomo anziano che vive in miseria ma che non accetta tale condizione. Iconica è la scena davanti al Pantheon, quando dà il suo cappello lobbia a Flaik sperando di mendicare qualche spicciolo, per poi rimangiarsi tutto quando incontra un commendatore suo conoscente, al quale, nondimeno, non riesce a esporre la sua triste condizione, finendo a parlare, con un po’ di disagio, dei timori di una guerra nucleare tra USA e URSS.

Umberto D. | L'apogeo del Neorealismo
Photo credit: WEB

La succitata scena del treno – una caratteristica che accomuna diverse opere di Zavattini come il successivo “Stazione Termini” – è emblematica: Umberto, ormai disposto a farla finita, è deciso a farsi investire dalla furia di un treno. Esso si muta in un perfetto simbolo della nuova visione d’insieme dei media e della società dell’epoca, con Umberto che non si sente capace di potervi sopravvivere. Tuttavia, la fuga di Flaik, sposta l’inquadratura su un Umberto che viene appena costeggiato dal convoglio. Un simbolismo degno dei migliori visionari. Questo dà il la alla agrodolce scena finale.

Perché agrodolce, vi chiederete. In molti, in effetti, hanno visto nel ricongiungimento con Flaik una sorta di happy ending e, poiché abbiamo citato Woody Allen all’inizio, tale sequenza è stata spesso e volentieri replicata dagli americani – ovviamente con le dovute variazioni -, tuttavia, la domanda che ci poniamo subito dopo il ricongiungimento con il suo adorato animale è: e ora cosa farà Umberto? Non ha risolto i suoi problemi economici, non ha una casa dove vivere, né da mangiare. La grandiosità di quest’opera sta proprio in questo ultimo interrogativo.

Vittorio De Sica e Cesare Zavattini non sciolgono nessun nodo, non si confanno agli schemi tipici della sceneggiatura americana. In “Umberto D.”, a ben vedere, non vi è alcuna evoluzione del personaggio intesa in senso stretto, bensì una sequela di eventi che spingono Umberto verso il tentato suicidio. Riguardando la scena nella quale egli prova a dare Flaik a una famiglia che si occupa di curarsi di svariati cani, l’uomo ripropone la stessa fermezza con cui aveva evitato di mostrare i propri dilemmi al commendatore: di fatto, egli non dimostra nessun cambiamento, ma ciò non deve assolutamente essere un deterrente ai fini della trama. Nell’eterna contraddizione posta dal duo autoriale, Umberto non ha mai preso la decisione di suicidarsi, ma vi è stato spinto, senza neppure troppa convinzione, dagli eventi.

Umberto D. | L'apogeo del Neorealismo
Photo credit: WEB

In un mondo diviso tra la Nato e il Patto di Varsavia, con il forte americanismo che aveva caratterizzato il Dopoguerra, con Hollywood che stava facendo conoscere i vari Humphrey Bogart, Cary Grant e Laurence Olivier agli italiani, e con l’imminente arrivo della televisione, il duo De Sica-Zavattini confeziona un film che pone degli interrogativi sulla nascente società degli individualismi e della spregiudicatezza. L’esempio più fulgido del neorealismo “non di moda”. Il neorealismo necessario. Il cinema che fa scuola.

MANUEL DI MAGGIO

Seguici su Facebook e su Instagram

Back to top button