Cinema

“Van Gogh Sulla soglia dell’eternità”, ha il volto di Willem Dafoe

“Mio caro Theo, non posso farci niente se i miei quadri non si vendono. Ma verrà il giorno in cui si vedrà che valgono più del prezzo del colore e della vita, anche se molto misera, che ci sto rimettendo.”

È la mano di Van Gogh che scrive. Non solo tratti folgoranti di pittura, ma confidenze, spesso drammatiche quanto sincere, indirizzate al fratello e amico Theo. Sostenitore di una vita fatta di sconforti. L’ambizione di creare un film su di lui, uno dei fondamentali artisti della modernità, non è quella di fornire una biografia. Ma un film sulla pittura e un pittore, e la loro relazione.

VAN GOGH – Sulla soglia dell’eternità – Trailer da YouTube

Willem Dafoe, “Ruoli che ti cambiano la vita”

Van Gogh Sulla soglia dell’eternità è diretto da Julian Schnabel. Regista anche esso pittore. Per questo capace di carpire l’arte del “genio maledetto”, con occhi esperti e grati. Willem Dafoe, monumentale in questa parte, è l’interprete dell’irrequieto artista olandese. Premiato alla Mostra d’arte Cinematografica di Venezia con la Coppa Volpi per il Miglior attore. Non un’imitazione, ma una metamorfosi che ti porta veramente a essere qualcun altro. Di più di un copione studiato al meglio.

Per questo ruolo, Willem Dafoe e’ stato candidato anche agli Oscar e ai Golden Globe. Onore al merito. Come attore è impareggiabile. Dopo aver interpretato personaggi come Pasolini, Eliot oppure Cristo, ha dovuto imparare a dipingere. Sembrerebbe un dettaglio, ma la sensazione non sarebbe stata la stessa se, Dafoe, avesse emulato i movimenti del pennello sulla tela. O se, per onore del vero, avessero preso copie dei quadri autentici. Niente sarebbe stato uguale a quella sensazione emotiva e al trasporto che ti da la mano che si muove a creare. Libere ali in volo, sotto l’ispirazione. Grazie alle lezioni di pittura avute proprio dal regista.

Van Gogh – clip da YouTube

Willem Dafoe come un’opera d’arte

Nessuna recita vale a confronto di quella mirabile espressione ricreata. Quello sguardo che riporta indietro, al celebre autoritratto. Quella malinconia resa da tratti brevi, netti, a fondi blu di pennello, e incarnata ora nel suo viso. Come se allungasse una mano e uscisse dalla cornice. Tanto, vale la mimica di un attore che approfondisce il personaggio. E la curiosità che mette nel capirlo nel profondo. Non limitandosi a calcare le scene, ma rendendo tutto incredibilmente viscerale.

Di tutti i maestri, Van Gogh, è forse quello la cui vita personale, il suo tormento artistico e umano, sono conosciuti tanto quanto le sue opere. Sarebbe stato assurdo un ennesimo film su di lui. E, il risultato, è un equivalente delle sensazioni che si possono avere guardando un’opera d’arte. Un ritratto che scava nell’anima inquieta dell’artista olandese, costretto a confrontarsi con l’ostilità degli abitanti della cittadina francese in cui aveva scelto di stabilirsi. In un susseguirsi di crisi e lampi di genio. Il suo dolore, il suo immolare la propria vita per l’espressione artistica.

Van Gogh – clip da YouTube

Il finale inaspettato

“Sono sempre stato un pittore, non so fare nient’altro e mi creda ci ho provato. Dentro di me c’è qualcosa, non so cosa sia: vedo qualcosa che gli altri non vedono.” 

Dal film traspare molto bene la genesi della scelta del colore nei quadri di Van Gogh. Che dipingeva direttamente sulla tela traendo ispirazione dalla natura circostante. Dai frutteti in fiore, e i vasti campi a chiazze gialle. Le lunghe passeggiate tra il grano che gli accarezzava il viso, bardato con il suo cappello di paglia, i vestiti trasandati e sulla schiena l’attrezzatura per dipingere. Come per abbracciare la natura e assorbirla in tutta la sua essenza, si sporca la faccia con la terra per sentirne il contatto. E ci penserà questa scena del film a sottolineare la sensibilità e spiritualità dell’artista.

Willem Defoe interpreta Van Gogh - immagine web
Willem Defoe interpreta Van Gogh – immagine web

Willem Defoe – Van Gogh

Forse sarà proprio quel modo di usare i colori nella sua pittura, spalmarli sulle mani per amalgamarli, passando poi al pennello per i tratti precisi, che lo trascinerà fino un ospedale psichiatrico. Perché quel giallo cromo, già inventato da anni, e tra i suoi prediletti, era un autentico veleno. Che lo portò a delirare. Quasi come l’enigma misterioso, scoperto sul finale di Il nome della rosa.

Un inchiostro che arriva fino in bocca ad intossicare. Tanto che, dopo una lite con l’amico e collega Gauguin, in un impeto di rabbia, si tagliò il lobo di un orecchio. Incartato in un foglio di giornale, lo consegnò ad una esterrefatta prostituta con l’incarico di portarlo all’amico stesso.

Willem Defoe interpreta Van Gogh - immagine web
Willem Defoe interpreta Van Gogh – immagine web

Il dramma della condizione umana

Senza di lui la sensibilità delle opere moderne sarebbe stata diversa. Eppure Van Gogh ha venduto un solo quadro in tutta la sua vita, alla sorella di un amico, un anno prima di morire. Niente di visto prima, neanche nella storia di un falso battuto da un mercante in fiera. Oggi le sue opere valgono centinaia di milioni. Ma lui lo sapeva. Il premio, anche se postumo, è arrivato.

Va al suo coraggio, alla sua ammirabile e appassionata voglia di non arrendersi. Non è tutto oro quello che luccica. Il colore dell’anima era dipinto in quelle tele, e, solo gli occhi di chi non si era mai rassegnato lo vedevano.

Federica De Candia Seguici su MMI e Metropolitan cinema

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