«La valle dei sorrisi nasce dal desiderio di esplorare l’horror non come semplice dispositivo di tensione, ma come spazio simbolico per raccontare la fragilità dell’identità e il bisogno disperato di appartenenza. In una comunità apparentemente idilliaca, dove il dolore è bandito e la serenità è una religione, si consuma il percorso di Matteo: adolescente queer, corpo sacrificale e, al tempo stesso, entità redentrice». Paolo Strippoli arriva a Venezia 82 con La valle dei sorrisi, un horror intenso e contemporaneo ambientato a Remis, un paesino nascosto in una valle isolata tra le montagne. Un luogo pacifico e tranquillo, almeno in apparenza, e che appare agli occhi del protagonista, tormentato da un passato oscuro, il posto perfetto dove ricominciare da zero. Dietro l’insolita e costante felicità dei suoi abitanti, tuttavia, si cela un mistero.
«Lontano dagli archetipi del coming of age canonico, questo racconto mette in scena la formazione come perdita dell’innocenza e come atto di resistenza. È un film sull’amore che cura, ma a caro prezzo. Sull’importanza del dolore nelle nostre vite. E su chi ha il coraggio di non sorridere», racconta il regista a proposito della sua opera, Fuori Concorso alla Biennale.
“La valle dei sorrisi” a Venezia 82: un film di orrore e rinascita

Presenti alla conferenza stampa Massimo Proietti di Vision Distribution, che distribuirà il film il 17 settembre, i produttori Stefano Sardo e Domenico Procacci, il regista Paolo Strippoli, gli interpreti Michele Riondino, Romana Maggiora Vergano e Giulio Feltri. La valle dei sorrisi è un film a metà tra un horror e un coming of age. Spiega Strippoli: «Il film racconta l’evoluzione dei personaggi di Matteo e Sergio. Matteo è un ragazzino al quale hanno dato l’appellativo di “Santo”, e quando ti danno una responsabilità del genere è difficile mantenere la propria identità, specialmente a quindici anni, un’età in cui una persona deve cercarsi. Lui non ha neanche iniziato a cercare se stesso, ci ha rinunciato in partenza. Sergio, al contrario, deve ritrovarsi, dopo che la vita gli ha tolto tutto, e il loro incontro cambia entrambi; lui cerca un figlio, l’altro un mentore».
A chi gli chiede come mai abbia voluto giocare con la narrativa dell’orrore, dando vita a un’opera ibrida, che va a intersecarsi con altri generi, Strippoli replica: «L’horror nasce dal gotico, che racconta di personaggi ordinari in situazioni straordinarie. Quando fai un lavoro come questo devi necessariamente attraversare i generi, come il drammatico, o addirittura la commedia. Il genere horror è uno dei più liberi, ed è quello che forse più si presta alla contemporaneità. Non per niente, molto spesso si tratta di film molto politici; se non si fa questo, è un’occasione persa».
Qual è la situazione del genere horror in Italia
La pellicola è ambientata in una provincia, un ambiente che si presta particolarmente a un tipo di narrazione horror, grazie alla sua “chiusura” e alla sensazione quasi “claustrofobica” che accompagna questi luoghi. Per il regista, La valle dei sorrisi «è necessariamente una storia di provincia. La montagna è un abbraccio avvolgente e, dopo tanti sopralluoghi, siamo arrivati sulle Dolomiti friulane, e abbiamo trovato questo monte che schiaccia la valle. Dal punto di vista paesaggistico è un abbraccio bellissimo, ma è anche opprimente, è una stretta che ti isola».
Per il cinema italiano, che vanta una grande tradizione horror, la riscoperta di questo genere è una buona occasione per tornare agli antichi fasti dei tempi di Dario Argento e Lamberto Bava. «L’horror è un genere vivissimo, ma in Italia non c’è. Se ne fa uno ogni due o tre anni, e questo è molto triste: se la cinematografia è mutilata di un genere, allora abbiamo un problema. Per me lo è soprattutto da spettatore: io amo i film dell’orrore, e vorrei vederne molti di più. Io sono stato fortunato, e comunque ci sono voluti sette anni per trovare qualcuno che credesse in questo progetto».
“La valle dei sorrisi” è stata una sfida per il cast
Per gli attori, prendere parte a un’opera di questo tipo è stata una sfida diversa rispetto alle loro solite interpretazioni e, proprio per questo, si è rivelata particolarmente interessante. Racconta Riondino: «Io ho molto amato i precedenti lavori di Paolo. Per questo, quando mi è stata offerta l’opportunità di leggere il suo nuovo progetto e di incontrarlo per parlarne, da parte mia c’era già un certo interesse nei suoi confronti. Ritengo che lui sia un regista che sa come utilizzare un genere per allargare lo spettro e andare oltre, parlando di qualcosa di più ampio. C’è un aspetto umano molto importante. I personaggi vivono dei drammi reali, e lo spettatore è parte della storia, si immedesima in Sergio e negli altri. Il film in sé è una grande metafora su come superare un dolore, cercando riparo in un luogo irreale, dove tutti sembrano felici. Un po’ come nel nostro mondo, in cui dobbiamo essere performanti, sorridenti e dimostrare di avere una vita che non ci appartiene».
Fa seguito Romana Maggiora: «Per me è stata una scommessa, non essendo una grande fruitrice del genere. Io mi sono affacciata da poco al grande pubblico, e con personaggi piuttosto ordinari, accoglienti e rassicuranti. Volevo quindi mettermi alla prova in questo, facendo emergere una parte di me che possa inquietare. Mi piace l’idea che il pubblico possa temermi, e che possa considerarmi “pericolosa”. Il fatto di essere stata scelta da Paolo mi ha permesso di sperimentare. Io credo di essere in un’età che mi consente di farlo senza troppi freni, quindi spero di incontrare tanti altri registi come lui».
Federica Checchia





