Il 24 marzo 2006, esattamente vent’anni fa, Caparezza pubblicava Habemus Capa, il suo terzo album in studio (o il quinto, volendo considerare i due realizzati con lo pseudonimo Mikimix). Il disco seguiva Verità supposte, che conteneva al suo interno Fuori dal tunnel, il tormentone che aveva reso il rapper un fenomeno mainstream. Alcuni colleghi sarebbero stati ben contenti di crogiolarsi in vetta alle classifiche, strizzando l’occhio al pubblico generalista, ma lui no. Anzi.
L’Italia, d’altronde, lo aveva frainteso. Nonostante, infatti, l’intento di Fuori dal tunnel fosse criticare in modo sottile la società e il divertimento a tutti i costi, il mercato musicale lo aveva svuotato di ogni sfumatura satirica per ridurlo a un tormentone da discoteca. Un massacro che, a un certo punto, aveva costretto lo stesso Capa a prendere pubblicamente le distanze dal suo uso improprio, arrivando a eliminarla dalle scalette dei suoi concerti per quasi due decenni. «In molti hanno frainteso o addirittura snobbato il senso del testo, a riprova del fatto che nel nostro paese esiste una bassa considerazione della comunicazione, alimentando in me frustrazione ed imbarazzo», aveva dichiarato. «Immaginate, ad esempio, quanto sia contento di sapere che “Fuori dal tunnel” venga gioiosamente ballato nei luoghi che sono l’esatto bersaglio del testo».
“Habemus Capa”, la rinascita musicale di Caparezza
Habemus Capa nasce, quindi, in reazione proprio a Fuori dal Tunnel, alla popolarità, alla rima facile e, in esso, Michele Salvemini ha “ucciso” Caparezza, per poi rinascere in una forma diversa, più complessa. Il disco si apre, infatti, con l’annuncio della morte dell’artista, e questo espediente narrativo gli ha consentito di far viaggiare l’ascoltatore attraverso le sue varie reincarnazioni, tutte diverse, e stratificate. Si passa, dunque, dall’intransigente protagonista di La mia parte intollerante al politico corrotto di Insetti del podere, al cittadino rassegnato e passivo di Torna catalessi.
Questo leitmotiv rende il progetto un vero e proprio concept album, ma dalla struttura circolare: la morte non è la fine della vita, ma una muta, che regala al rapper una nuova pelle e lo libera dalle catene dell’industria discografica, che sperava di ridurlo a una macchietta, a un personaggio televisivo.
Caparezza si è trovato, vent’anni fa, di fronte a un bivio, e ha scelto la strada più difficile. Habembus Capa è il disco della liberazione, l’implosione dopo lo scoppio, il successo improvviso di Verità supposte. È la ricostruzione di un’identità artistica, che non rinnega il proprio passato, ma non accetta di essere ingabbiata in una canzone non capita. È Michele Salvemini che, dopo essersi chiuso in un conclave solitario, elegge se stesso, si affaccia al balcone e saluta il suo popolo, rivendicando la sua libertà. E così sia.
Federica Checchia





