Vogliamo fare molto più che una semplice recensione di “Vertigo”. Si tratta di una delle pellicole più interessanti del Far East Film Fest, che si sta svolgendo in questi giorni. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere col regista.

Titolo: 버티고 (Beotigo), tradotto “Vertigo” (in Italia “Vertigine“)

Sono stata invitata al FEEF, Far East Film Festival, quest’anno. Come da consuetudine avrebbe dovuto svolgersi a Udine: lo so perché vado spesso come spettatrice. Ma quest’anno è tutto online, per via del Covid. Triste per questa notizia, mi appresto comunque a godermi il festival. Pellicole inedite, film nuovi, interviste agli autori. Come sempre è un sogno che dura poco più di una settimana: un’immersione in un mondo diverso, suggestivo.

Mi ha colpito “Vertigo“, un film coreano che ci racconta uno spaccato sociale con ottica femminile. Prima della visione del film, abbiamo parlato un po’ col regista Jeon Gye-soo, che descrive così il suo lavoro:

“Nella visione del film noi osserviamo una donna sulla cima di un grattacielo. Lavora lì e lì si svolge gran parte della sua vita. Si tratta però di una donna attanagliata dalle vertigini, terrorizzata dall’altezza. Questa è ovviamente una metafora. La sua vita sociale e lavorativa sta cadendo in pezzi sempre di più ogni giorno che passa. Vi chiedo di concentrarvi sulle emozioni e sensazioni di Seo-Young, la protagonista. “

Ci averte, però, prima della visione: le scene finali potrebbero sembrarci controverse, ma dipende da noi.

Vertigo: due parole sul film

Vertigo di Jeon Gye-soo è un film che ci porta, attraverso lo sgurado femminile e disincantato della protagonista, in uno spaccato di società Coreana. Ci racconta una società omologata e crudele, arrivista, desolata. Interpretato dalla richiestissima attrice Chun Woo-hee, famosa per Goksung – La presenza del diavolo e Idol, è anche qui perfetta nel suo ruolo.

L’attrice interpreta Seo-young, una trentenne in carriera impiegata in una società la cui sede sede è in un grattacielo di Seoul. La peculiarità della sua vita è il aspetto esteriore affascinante che si contra con un’esistenza effettiva perennemente afflitta da crisi e difficoltà. Il suo è un lavoro precario e dipende interamente dall’arbitrio dell’azienda e pure la sua relazione clandestina con il superiore Jin-soo (Yoo Tae-oh, Seoul Searching) è tutt’altro che stabile. Il rapporto con la madre è un disastro, per usare un eufemismo; mentre quello con il padre, con cui ha perso i contatti da molto tempo, è praticamente inesistente. Come se non bastasse, ha anche una patologia cronica.  Ci sono molti temi che vengono analizzati, senza pretese didascaliche. Siamo semplici spettatori la cui angoscia sale immedesimandoci nella nostra eroina. Gli occhi più attenti e gli animi più sensibili sapranno trarne molte conclusioni.

Vertigo e la figura della madre:

Poi c’è sua madre, che vive da un’altra parte, a Busan. Madre dalla quale comprendiamo (sin dalle prime scene) che la protagonista vorrebbe supporto emotivo. Qui una sottile critica generazionale, verso il carattere veniale della donna che non riesce ad empatizzare con la figlia. Il paradosso della telefonata iniziale ci fa vedere come, mentre si lamenta dell’egoismo del marito, non comprende la profonda depressione che soffoca la ragazza. Le chiamate si susseguono nel corso del film, e si ripetono anche le inquadrature. La scelta registica da un ottima sensazione di ridondanza e manifesta la bravura tecnica di Jeon Gye-soo.

Una retrospettiva sul sessismo nell’ambiente di lavoro:

IIl film ci da una rappresentazione accurata e sottile dell’archetipo della trentenne di città coreana. Una donna giovane, con poche possibilità economiche, che lavora, che porta impresse nel corpo e nell’anima tutte le ansie e i dolori delle sue simili. In questo senso la critica sociale del film ha un gusto che direi essere femminista. Anche la figura del datore di lavoro di Seo-Young ricalca degli stereotipi che esprimono il sessismo interiorizzato nella società coreana. Altro esempio è l’episodio dell’amica di Seo-young, il cui Capo le chiede un massaggio e lei rifiuta indignata. Sottilmente (ma non troppo) il regista manda messaggi positivi per tutte quelle donne che si sono trovate schiacciate in situazioni verticali di potere.

Il film illustra senza reticenze la cultura aziendale coreana, apertamente misogina, tanto che a volte sembra quasi un documentario di whistleblowing. Le forme fisiche di violenza, comprese le molestie sessuali, sono solo uno degli aspetti: quel che è ancora più spaventoso, emerge nel corso della visione. La forma della società e benpensante ed educata, ed è proprio questa patina a permettere i peggiori soprusi. Probabilmente, è il subdolo sistema di disparità che serpeggia in una struttura che vuole sembrarci “perfetta” a permettere a un comportamento così: violento, ma sussurrato.

Iconica, anche se non a che fare col sessismo, una sequenza sulla ferocia dell’ambiente di lavoro. Un addetto alle pulizie che viene trasportato in un’ambulanza. Dal vociare indistinto emerge che è caduto dal 25esimo piano; poco dopo apprendiamo che era stato licenziato

Vertigo: una narrazione tragica

In una simile narrazione è proprio la protagonista a farci da perno e permetterci di comprendere tutti i complessi aspetti di una società così oppressiva. Tutto ruota intorno a Seo-young. Infatti la spledida attrice che interpreta la protagonista regge sulle sue spalle l’intero susseguirsi di eventi nella trama. Un po’ come Atlante con Terra, parafrasando gli stessi critici del FFEF.

Nel film, complice anche la grandezza tecnica del regista, il dolore e l’angoscia di Seo-young si fondono in un unicum di apprezzamento estetico. Come un eroina della tragedia o la protagonista di un’opera del XIX secolo, la protagonista è bellissima proprio perché sofferente.

Il regista, con sapienti inquadrature, ci accompagna. Senza la minima pietà ne traccia il ritratto con crudezza e fervore. Le scene sono così ben girate che la sua miseria ci viene presentata quasi quasi con maestosità, come se Seo-young fosse protagonista di una sacra rappresentazione, di una tragedia greca. Come un lunghissimo quadro espressionista, il film ci trasmette angoscia ma anche senso estetico, piacere alla vista e dolore al cuore.

Un finale romantico?

E poi c’è Kwan-woo. Viene interpretato da Jeong Jae-kwang, già visto in Extreme Job. Lui è, se si può dire il “protagonista maschile” del film. Perchè la narrazione è dominata da Seo-Young. Ma Kwan-woo è un il personaggio che incarna tanto quanto lei, il problema delle disparità sociali e del sistema predatorio coreano.

Innanzitutto c’è una questione di classe molto chiara: Knwon-woo fa il lavavetri. Caso vuole che lavori nel grattacielo in cui lavora Seo-young. Infatti è proprio grazie al suo lavoro che Kwan-woo continua a osservare Seo-young. Un po’ casualmente, un po’ per interesse, Seo-young appare negli occhi di Kwan-woo attraverso le finestre che pulisce.

Ovviamente, alla fine anche lei si accorge del suo sguardo. Se questo fosse stato semplicemente un espediente per innescare una storia d’amore tra i due, non avrebbe avuto molta importanza. Tuttavia, in questo film il personaggio di Kwan-woo incarna una metafora che vediamo in tutta la pellicola. Il suo osservarla dal vetro del grattacielo non è presentato come atto romantico: anzi è simbolo di una serie di persistenti sguardi voyeuristici rivolti a Seo-young.

Non si riesce, per gli sguardi più attenti, a non riconoscere una forte sovrapposizione tra le azioni di Kwan-woo e l’oggettivazione di Seo-young operata dal film. Forse la retorica dell’uomo che empatizza con una bella donna sofferente è un po’ posticcia, e questa è la sola critica che mi sento di fare al film. Ero un po’ dubbiosa quando ho visto che era un regista uomo a parlarci di una prospettiva femminile, quindi in linea di massima sono piacevolmente sorpresa. Godibile visione con momenti di forte accuratezza, quasi dolorosa.

Mi ha però fatto scappare sorriso la scena in cui il ragazzo, che pulisce i vetri, ripropone in modo creativo una frase che vedrete essere importante nel corso del film: su con la vita.

Ma anche l’amore, in “Vertigo” è tragico:

Infatti la sensazione che provai quando i due riescono a incontrarsi è ambivalente. Da una parte, è un sogno tra le classi meno abbienti della Corea spietata che si sta coronando. Dall’altro, il comportamento di Kwan-woo è molto romantico e dolce, ma questo potrebbe non farci riflettere su una cosa.

Però ecco che i due iniziano a comunicare tra loro. È chiaro che tutto nella storia convergeva verso questo momento. Momento che, in effetti, è molto bello e ha una grande tensione drammatica. Le scene hanno una forza estetica spaventosa e i due, nonostante siano entrambi molto timidi si riescono a connettere. Questo momento è una piccola breccia nel mondo di solitudine di Seo-young.

Ma, va detto, non è assolutamente una reale risposta ai problemi di Seo-young. Infatti il lieto fine romantico non può essere una soluzione sufficiente. Ma questo il regista lo sa, benissimo: la conclusione romantica ci lascia in bocca un sapore dolceamaro che non riusciamo a scollarci da dosso.

Si può solo sperare che la storia di Seo-young non finisca semplicemente qui. Magari, in una narrazione che va oltre la fine del film, la protagonista arriverà ad una soluzione legale e definitiva per i suoi problemi.

Dichiarazioni del Regista:

Ho voluto mettere le dichiarazioni solo dopo la visione del film, per darvi un’idea chiara del senso delle sue parole. Riportiamo una parte delle dichiarazioni emerse nella conferenza stampa:

Com’è hai deciso il cast del film?

“Beh, siccome la protagonista femminile è ormai una star del cinema coreano, ho voluto equilibrare la cosa con il ruolo maschile principale. Il protagonista maschile è quindi un ruolo per il quale non volevo molto noto. Ho scovato il talento di Jeong Jae-kwang ed è stata la scelta giusta.”

Una domanda sull’ambiente territoriale cinematografico in cui operi: la Corea. Credi che con il successo internazionale di Parasite sia cambiato qualcosa? Credi che il cinema coreano si stia “occidentalizzando”?

“Il mio commento sul cinema cinema dopo Parasite è che siamo sicuramente di fronte ad un turning point, un punto di svolta del gusto cinematografico coreano. Si sono tutti sentiti molto orgogliosi, è un successo della nazione. Tutta la Corea è ora più conosciuta per il talento dei nostri registi e c’è un crescente interesse per il lavoro di tutti. Questo è bello. Oltretutto il successo di Parasite dovuto e meritato, ma l’industria cinematografica non mi sembra molto “occidentalizzata”: è cambiata molto di più per il Covid.”

Sei felice della reazione del pubblico riguardo “Vertigo”?

“Sinceramente: sì. Vertigo è film che non mi aspettavo che sbancasse il box office, e non è nemmeno mai stato il mio obiettivo. Si tratta di un film difficile, ma bello. Sicuramente non leggero. Sono felice perchè al festival di Busan ho avuto molto riscontro. Si tratta di un pubblico di cinofili, che può apprezzare un film molto sui generis. Io volevo sperimentare e creare un punto d’analisi che si differenziasse nel cinema mainstream.”

Che progetti hai per il futuro? Qualche film in cantiere?

“Non voglio perdere questa ispirazione: quindi sto lavorando ad un film indipendente, onesto e diretto come questo. Ma non voglio fermarmi qui: ho un mente di girare anche un progetto più mainstream, perché questo è anche il momento di parlare al grande pubblico.”

Jeon Gye-soo ha diretto ad oggi quattro lungometraggi, speriamo di sentir parlare di lui al più presto.

Schede Tecniche su Vertigo e filmografia del regista:

Nazione: South Korea, 2019, 115’, Korean
Directed by: Jeon Gye-soo
Script: Jeon Gye-soo 
Photografia: Lee Seong-eun
Editing: Kim Hyeong-joo, Choi Ja-young
Art Direction: Kim Young-tak
Musica: Kim Dong-ki
Produzione: Jang So-jung, Yang Ah-young
Cast: Chun Woo-hee (Shin Seo-young), Yoo Tae-oh (Jin-soo), Jeong Jae-kwang (Seo Kwan-woo), Hong Ji-seok (Deputy Department Head Kwon), Park Ye-young (Ye-dam)

Jeon Gye-soo si è laureato in filosofia alla Sogang University e in seguito ha scritto diverse opere teatrali. Dopo aver fatto esperienza nel teatro e nel musical, nel 2006 ha realizzato il suo primo lungometraggio, il musical The Ghost Theater. Il suo terzo lungometraggio, Love Fiction, oltre ad avere avuto un buon successo commerciale, ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura alla 48a edizione dei Baeksang Arts Awards.

Per chi volesse approfondire la filmografia di Jeon Gye-soo:
2006 – The Ghost Theater
2010 – Lost & Found
2012 – Love Fiction
2019 – Vertigo

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