Le microtransazioni rappresentano una pratica ormai famosa nei videogames su smartphone, sempre più presente anche nei tripla A delle case più importanti del settore. Analizziamo un argomento tanto controverso quanto sempre più frequente.

Il mondo dei videogames ha sempre uno sguardo proiettato verso il futuro, cerca di migliorarsi e rinnovarsi costantemente, trovando nuove soluzioni e formule sempre più complesse. Più passa il tempo, più la tecnologia avanza e tutto diventa sofisticato, ricercato; questo genera ovviamente anche aumenti dei costi per il cliente, che sono già molto alti. Certo è che il videogames non è mai stato un bene di prima necessità, ma possiamo dire che adesso sembra un vero e proprio lusso. Se poi aggiungiamo al costo di un prodotto anche un’ulteriore spesa, possiamo trovarci davanti a costi finali ben più alti del previsto.

Videogames: quel limite tra “completismo” e “gioco d’azzardo”

Ci troviamo davanti quindi a quelli che sono dei “negozi” all’interno dei videogames, che utilizzano una valuta interna virtuale, possibile da raccogliere ma difficile da racimolare giocando, o acquistabile tramite microtransazioni (cioè cambio di denaro reale con moneta virtuale). Talvolta questi contenuti sono addirittura “esclusivi” proprio per chi può spendere di più, senza possibilità alcuna di riceverli in altro modo. Tra skin per personaggi, armi nuove, figurine virtuali da collezione e tanto altro, si crea un vortice di shopping compulsivo legato tante volte a cose che, di base, non influiscono nell’esperienza di gioco rendendola migliore, ma solo più “ricca” di contenuti che (parlando con molta onestà) sono fini a se stessi. Con molta probabilità, su questo non saranno tutti d’accordo.

A onor del vero ci sono giochi Free To Play che, grazie a questo metodo, riescono a mantenere server, gestire e arricchire i contenuti per i clienti, rendendo a tutti gli effetti il prodotto finale sempre più completo. Ma quando si tratta di un tripla A, le cose cambiano. Noi abbiamo già pagato per quel videogames, eppure non ci si ferma: spendi e spandi il tuo denaro, creando spesso anche quel sentore di “gioco d’azzardo”, un circolo vizioso dove per essere più completo possibile, o più alla “moda” con l’accessorio o la skin all’ultimo grido, non puoi fare a meno di continuare a comprare compulsivamente. Qui vorrei anche accennare a quello che credo sia il punto più pericoloso della questione: i giocatori minorenni.

Photo Credits: Web

Onestà ed Etica

In questo articolo non si vuole demonizzare la pratica, ma si vuole far riflettere se molto spesso ci si renda conto di quello che stiamo facendo, di come approcciamo un titolo che propone questa soluzione, di come interagiamo con il videogames e di come siamo sempre alla ricerca di qualcosa che ci distingua dalla massa, dagli altri utenti. Chi di noi ( me compreso) non ha almeno una volta effettuato un piccolo contributo in-game anche solo per un fattore estetico di un proprio personaggio? Molte volte però, alcuni di questi prodotti, creano quello che si chiama effetto “Pay To Win“. Grazie al contributo in denaro reale si possono anche determinare le sorti di una partita online, alcuni oggetti possono addirittura compromettere la giocabilità altrui. Chi spende vince più facilmente….e spesso è frustrante. Il risultato, da un lato può essere sempre più soldi e sempre più gamer in gioco. Dall’altro può allontanare il giocatore, che non sentendosi al “passo” con gli altri, abbandona il prodotto per i più svariati motivi (non meno importante, chi non può permettersi di spendere per questi contenuti).

DLC e Season Pass

Non rientrano nella categoria delle microtransazioni, ma anche qui possiamo parlare di mosse furbe e soluzioni golose per le tasche dei produttori. Ci sono nette distinzioni: Da dlc corposi che completano o addirittura migliorano la resa finale dei videogames, a prodotti che si spacciano per dlc ma che sono una mera scusa per far spendere al giocatore ulteriore denaro. Molto spesso ci si trova davanti addirittura a videogiochi a “episodi”, soluzioni che costringono il giocatore a comprare pacchetti su pacchetti per giocare il prodotto finito. Fortunatamente ci sono ancora case di produzione che “gratuitamente” (si proprio cosi) creano nuovi contenuti per migliorare o arricchire l’esperienza finale. Anche il ruolo del season pass, non è esente da questo trattamento: Il risultato finale è che si ha la sensazione che il gioco sia stato confezionato nella sua interezza, ma “dilazionato” al giocatore per avere il massimo guadagno.

Ma d’altra parte il mercato videoludico è sempre più in crescita, e non nascondo che possa essere anche merito di tutto questo tipo di soluzioni.

Photo Credits: Web

Riflettiamo insieme

A pensarci bene, una volta nel mondo dei videogames non c’erano nè patch correttive nè tantomeno DLC o microtransazioni. C’era l’impegno di una produzione che tentava in tutti i modi di far uscire un prodotto più perfetto possibile. Le cose evolvono, a volte in meglio,a volte in peggio… o semplicemente evolvono e basta. Sta a noi scegliere cosa è giusto o sbagliato, per noi stessi e per il nostro portafoglio.

Questo articolo è stato creato esclusivamente per riflettere, per condividere e sentire la vostra opinione sull’argomento videogames e microtransazioni. Quindi dite la vostra.

STAY TUNED

Seguici su Facebook e Instagram!
Recupera tutti gli articoli di RetroNerd!

© RIPRODUZIONE RISERVATA