L’incontestabile Alan Moore

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Seconda puntata di “Watchmen” con Angela Abar/Sorella Notte che continua la sua caccia al Settimo Cavalleria, incappando in alcune peripezie che le faranno scoprire qualcosa di tremendamente importante per se stessa (che non vi spoilereremo, ovviamente). Tra un montaggio parallelo pieno di salti temporali e spaziali, questo potrebbe essere il riassunto di questo secondo episodio.

La sensazione dominante della prima puntata la ricordiamo molto bene: la noia. Bene, dopo aver visto questo secondo capitolo, possiamo aggiungerne un’altra: la stucchevolezza. La scorsa volta si era discusso della retorica e del didascalismo che ci avevano lasciati spiazzati, ma, di certo, non avremmo mai pensato di arrivare a una sensazione così fastidiosa e pruriginosa nel vedere queste premesse portate allo stremo.

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L’episodio si è aperto con un altro esempio di «razzismo», ossia con uno stralcio del quotidiano durante la Seconda Guerra Mondiale. I dibattiti morali degli afro-americani che debbono servire uno stato che li depreca e, al contempo, uno sguardo sulla Germania Nazista. Nella prima puntata ci trovavamo nel 1921 a Tulsa; qua siamo meno indietro nel tempo, ma quello che prima era un semplice «accenno» utile a dare allo spettatore le chiavi di lettura utili, si è subito trasformato in una sorta di catechismo per evitare che i precetti morali – o meglio, moralisti – iniziali non fossero stati compresi. Per citare la nostrana serie “Boris”, lo «spiegone».

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Come dire? Riflessioni di filosofia spicciola per fare apparire «impegnativa» una serie. Ne abbiamo già parlato. Questo secondo episodio è stato un continuo «smarmellamento» – sempre per citare “Boris” –, cioè, un continuo getto di roba su roba per rendere sempre più artificiosa e pretenziosa una Serie che appare troppo pesante, e priva di un vero e proprio fine narrativo. Non è chiaro cosa vogliano raccontare gli autori; solo cosa ci vorrebbero insegnare. Nel modo più becero e moralista ad avviso di chi scrive. Sceneggiatura lacunosa scritta seguendo una storia confusa, piena di spunti narrativi che paiono estetici, ampollosi e privi di uno scopo. Così come è piuttosto misero e fine a se stesso il modo in cui ci viene mostrato Adrian Veidt nel finale.

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Ma poi, se un’opera del genere dovrebbe porsi come una critica al sogno americano e, in particolare, all’imperante razzismo della Nazione a stelle e strisce, perché la protagonista – per come è stata definita sino ad adesso – è un cumulo di stereotipi sulle donne nere? Sembra uscita dai film della blaxploitation degli anni Settanta. Non sarebbe affatto una sorpresa vederla mentre canta il tema di Isaac Hayes del film “Shaft”, così come non ci stupiremmo se dovesse mettersi a fare il famoso gesto «delle nere incazzate», agitando il dito indice come lo abbiamo visto fare in parecchie serie tivù del passato. La potremmo definire come un misto tra Oprah Winfrey e Whoopi Goldberg.

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Stereotipi su stereotipi li vediamo anche con l’ingresso in scena del primo vigilante cronologicamente (1938) giunto nell’universo di “Watchmen”: Giustizia Mascherata. Sfonda un vetro come Batman, e lotta come Jackie Chan. Ma nulla da controbattere: se questa è la linea scelta già da Zack Snyder, tutto fila liscio. Di certo urla parecchio se paragonato al graphic novel originale; ma lo abbiamo già detto.

Di certo, dopo una breve presentazione dei Minutemen vista nella prima puntata, questa metanarrazione che si pone – con un po’ di pressappochismo – come “I Racconti del Vascello Nero” dell’opera originale, può comunque essere uno degli spunti più interessanti o, quantomeno, utili a capire il prosieguo della storia. Tutto sommato, si può dire che le citazioni al passato del Dottor Manhattan, nonché al capitolo “Amici Assenti” – soprattutto per i vari tagli sul montaggio –, potrebbero salvare un po’ gli sceneggiatori, i quali, in qualche modo, vorrebbero dirci che «avremo una risposta prima o poi».

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Tuttavia, ci appare che la backstory proposta con queste «strizzate d’occhio», soffra troppo di un citazionismo privo di una base e di un fine narrativo. Si potrà dire tutto di Alan Moore; si potranno criticare la sua presunzione e i suoi mai troppo velati giudizi nei confronti dei suoi colleghi sceneggiatori. Ma su una cosa non si può dibattere: il lavoro che è stato fatto con le sue opere è quasi sempre stato pessimo.

La recensione del primo episodio

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