Chi custodirà gli spettatori?

«Quis custodiet ipsos custodies?» recitava Giovenale nella sua “VI Satira”. Già, ma a noi spettatori chi ci pensa? È con questo retrogusto amaro che oggi parliamo di “Watchmen“, nuova serie televisiva che riprende il franchise basato sullo storico graphic novel di Alan Moore e Dave Gibbons.

Partiamo subito dal presupposto che non si tratta di un riadattamento dell’omonima serie a fumetti uscita tra il 1985 e il 1986, bensì di un’opera derivata e che si pone come suo ideale seguito. O meglio, si pone come seguito dell’adattamento cinematografico diretto da Zack Snyder nel 2009. Ma andiamo per gradi.

Siamo a Tulsa (Oklahoma), in un 2019 alternativo. Alla casa bianca siede un Robert Redford oggetto di critiche di vario tipo da parte di diverse organizzazioni terroristiche. Fra esse spicca il Settimo Cavalleria: un gruppo di rivoltosi fautore della supremazia bianca e il cui capo afferma di aver trovato il diario di Rorschach, che, come ben ricordiamo, conteneva la verità sull’incidente newyorchese del 1985. I rivoltosi, abbigliati come il suddetto vigilante, adottano un atteggiamento sovversivo nei confronti della polizia e del potere. Angela Abar, donna afroamericana proprietaria di una pasticceria che cela il suo lavoro da detective, assieme alle altre forze di polizia, si mette a caccia del Settimo Cavalleria nei panni della vigilante Sorella Notte. Ricordiamo come il vigilantismo, in questo universo sia stato dichiarato illegale nel 1977.

Poliziotti in maschera, Sorella Notte e seguace del Settimo Cavalleria.
Photo Credits: WEB

Questo primo episodio, tra diverse strade aperte e il presagio di una trama di proporzioni elefantiache, ci lascia con un’unica sensazione: la noia. Non faremo spoiler su un’opera uscita da pochissimo, ma tenteremo di ragguagliare i nostri lettori sul perché, sin da subito, si ha l’idea che tale serie possa risultare sin troppo ampollosa e pretenziosa.

Lo svolgimento è parecchio lento, troppo didascalico persino nello spiegare qualcosa che potrebbe essere raccontato in pochissimo; su tutti, la lunghissima tiritera sul divieto governativo per le autorità di utilizzare le pistole senza prima una richiesta ai responsabili. Sì, d’accordo, sappiamo che si tratta di un’arma a doppio taglio, ma è anche vero che non occorreva una così lunga spiegazione sulla questione etica che tale imposizione potrebbe rappresentare. Ci sono altri momenti di questo tipo nel primo episodio. Lunghi, pieni di riempitivi, con dialoghi stiracchiati, con un eccessivo barocchismo nelle rappresentazioni e quant’altro. La storia è diluita, allungata all’inverosimile, con un brutale senso di pesantezza che pare aggiunto ad hoc per risultare «impegnativa». Sinora, si presenta come poco interessante e a tratti retorica.

Watchemen – Photo Credits: web

Discriminazione razziale trattata con una sorta di revival del Ku Klux Klan? Sappiamo bene che è, e sarà sempre un tema scottante, ma risulta abbastanza banale vedere come colui che si professa essere lo scopritore del diario di Rorschach – contenente nel dettaglio il geniale piano di Veidt/Ozymandias –, abbia lo scopo di propagandare la «supremazia bianca». Il tutto appare parecchio retorico. Come se si stesse ritornando a una demarcazione tra «buoni» e «cattivi» di stampo quasi medioevale. La sterile retorica delle razze e del «politicamente corretto» fa a cazzotti – e, al momento, vince senza merito – con il più succulento stile «show, don’t tell» di cui i grandi scrittori sono maestri.

Alan Moore ne era un maestro, e si oppose già nel 2009 alla trasposizione su grande schermo operata da Zack Snyder, rifiutando di incassarne i diritti. E, come ricordiamo un po’ tutti, all’indomani dell’uscita del lungometraggio, un po’ tutti i seguaci del “Watchmen” originale rimasero perplessi. Non solo per l’idea piuttosto bislacca di rivisitare in modo parecchio sempliciotto il piano di Veidt, ma anche per la rilettura piuttosto «creativa» di parecchi personaggi; e, soprattutto, quello che fece storcere il naso a molti, fu come Snyder prese l’idea dei «guardiani» immersi nella vita reale portata avanti da Moore, e la trasformò in un quello che l’autore aveva proprio cercato di decostruire: i supereroi.

Chi custodirà i custodi?
Photo Credits: WEB

Il melanconico e semidivino Dottor Manhattan di Moore, divenne un coloratissimo e ultra-energico supereroe privo del passato che gli era stato brillantemente cucito addosso nel capitolo “L’Orologiaio”, nel film ridotto a un minuto scarso di flashback. Quindi, se i presupposti erano questi, inevitabilmente, l’idea di una serie tivù basata su “Watchmen“, non poteva che farci sperare in qualcosa di diverso, magari in una rilettura più vicina allo stile noir dell’opera di Moore/Gibbons – che, ricordiamolo, appare persino nella classifica dei migliori libri scritti in lingua inglese dal 1923 ad oggi –. Invece, sfruttando l’effetto domino iniziato con il film e proseguito con “Before Watchmen“, la serie vetrina – per grandi disegnatori come Adam Hughes, Lee Bermejo e Eduardo Risso – uscita tra il 2012 e il 2013. In buona sostanza, possiamo dire che “Watchmen“, il graphic novel nato per decostruire l’archetipo del supereroe, ad oggi, è ufficialmente diventato proprio un qualunque racconto sui supereroi. Ma, ammettiamolo, con un’opera così completa e pregna come lo era l’originale, tutti i derivati sarebbero sempre risultati «non necessari». Tuttavia, aspettiamo le altre puntate pronti a essere smentiti.

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