Sono pochi i casi in cui una cifra stilistica diventa maniera, ben definita e quindi riconoscibile. Le conseguenze sono bizzarre come cognomi che diventano aggettivi o sedicenti intenditori che rilevano tracce di quello stile anche dove non ci sono. Dalla moda all’arte, la cultura è un interessante melting pot di stili che fanno capo a pochi e grandi nomi. Il cinema non si esime da questa tendenza, tra l’eccentrica violenza tarantiniana, il mondo onirico lynchiano, i piani sequenza di Alfonso Cuarón. E allo stesso modo, quando si parla di inquadrature simmetriche e colori pastello studiati con maniacale precisione, l’unico nome che viene in mente è quello di Wes Anderson.

Regista, sceneggiatore, produttore statunitense si aggiudica nel 2024 l’Oscar al miglior cortometraggio con La meravigliosa storia di Henry Sugar. Ha diretto, tra gli altri, I Tenenbaum del 2001, Grand Budapest Hotel del 2014 e La trama fenicia, in uscita nelle sale italiane il 29 maggio 2025. Basta guardare due titoli della sua filmografia per riconoscere il marchio di fabbrica del cinema dell’autore, in cui a dominare sono la simmetria e l’uso sapiente della palette cromatica in una composizione morbosamente perfetta. Forse troppo.

Lo studio dell’inquadratura da Jacques Tati ad Anderson

Grand Budapest Hotel – Photo Credits Alamo Drafthouse Cinema

Già Jacques Tati, poco prima degli anni Sessanta, aveva abituato lo spettatore ad un certo tipo di inquadratura. Il suo Mon Oncle è il frutto di uno studio maniacale per il dettaglio, che ne caratterizzerà i lavori e che si rivelerà deleterio per la sua carriera. Il regista francese, progenitore dell’estetica di Anderson, gioca sulle inquadrature trovando espedienti curiosi come quello di lavorare su una pellicola da 70 mm (per il film Playtime) e di dare rilevanza non al soggetto, appositamente lasciato ai margini, ma alle azioni collaterali. Sono inquadrature non convenzionali che ne strutturano lo stile e che si ripresentano, con forme diverse, anche nel cinema di Wes Anderson.

Egli riprende questa lezione ma la porta all’estremo. In Grand Budapest Hotel ogni scena è curata nel dettaglio: la simmetria dei corridoi dell’hotel, i baffi impeccabili, i dolci Mendl’s disposti con precisione sono un trionfo estetico. Ma questa perfezione visiva, che rende il film un prodotto in pieno stile andersoniano, può diventare un limite quando la forma sovrasta il contenuto. Ed è quello che emerge dai film del regista statunitense: un’attenzione maniacale verso l’involucro che trascura la complessità psicologica dei personaggi, proprio quella che dovrebbe renderli memorabili.

La parabola decrescente dei film di Anderson: la bellezza che sovrasta la profondità narrativa

Gli incassi parlano da sé e mostrano una parabola decrescente. Da Grand Budapest Hotel infatti, come riporta Il Post, i ricavi hanno subito un tracollo, dai 174 milioni di dollari in tutto il mondo, fino a 50 milioni con Asteroid City. Non è questione di superare i costi di produzione ma di rientrarci, con pochi margini di profitto. Gli attori, seppur di fama internazionale sono pagati poco, come dichiarato da Edward Norton (nel cast di Moonrise Kingdom) e tutte le energie sono spese per arrivare a quella perfezione puramente formale. Certo, lo spettatore anestetizzato apprezzerà la palette di colori, le inquadrature non convenzionali, i dialoghi laconici ma cosa gli rimarrà dei personaggi se non i loro trucchi e i loro costumi?

Si tratta di una domanda che potrebbe aprire una serie di riflessioni sul modo in cui lo spettatore usufruisce dei contenuti, più specificamente su come il pubblico percepisce le opere dei grandi registi. Un regista che è sempre uguale a se stesso ha improntato la propria cinematografia su coordinate particolari che lo rendono riconoscibile, così come è stato e continua ad essere per i sopracitati Tarantino, Lynch, Cuarón. Ma non si intende per “stile” la riproposizione di dettagli, modi di adoperare la macchina o di costruire le scene? E riproporre quei dettagli, quei modi adoperare la macchina o costruire le scene non rivela un vuoto di inventiva?

L’epoca del rifiuto della perfezione

Potrebbe essere un bel dramma per chi si occupa di arte poiché preso a cercare di farsi riconoscere ma anche di sorprendere. Tuttavia, forse, il caso di Anderson ha radici più profonde del dilemma tra stile e ripetizione. Si tratta di un’attrazione per il difetto, per il disordine che pervade il tessuto sociale. Il design di interni potrebbe rivelarsi un ottimo esempio in questo senso: gli arredamenti minimalisti e asettici hanno lasciato il posto al “cluttercore“, nuova tendenza che privilegia il disordine in una commistione di stili e pattern. L’idea di perfezione e di compostezza, in auge qualche anno fa, ha lasciato il posto all’imperfezione e al calore del banale “vissuto”.

Più che un rifiuto aprioristico è un’esigenza che risponde a dinamiche sociali complesse. Accade in ogni ambito culturale, anche nel cinema. È chiaro che questo non mette in discussione il valore del cinema di Anderson, in quanto la sua capacità di creare universi unici rimane ineguagliata. Anzi, ci sono casi in cui quella ricerca della perfezione si relaziona bene con la trama, come il trauma familiare dei Tenenbaum che si incastona perfettamente in quella simmetria visiva. Tuttavia, in un’epoca che celebra l’imperfezione e il vissuto anche Anderson potrebbe sorprendere. Magari con un capello fuori posto o con un elemento fuori dalla cornice perfetta, potrebbe abbracciare, oltre che la pura bellezza estetica, una verità più autentica.

Ludovica Povia

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