Coniato nel 1971 dallo psicologo William Oates, il termine Workaholism è rivolto a quelle persone che hanno fatto del proprio lavoro una dipendenza. Ci riferiamo a chi lavora ben oltre il normale orario d’ufficio e non riesce a spegnere il proprio cervello anche dopo aver staccato. Ma possiamo davvero parlare di “dipendenza” in una società in cui il lavoro ci definisce in quanto persone?

Workaholism: la dipendenza dal lavoro

Workaholism - Photo Credits magazine.frezza.com

Partiamo dal presupposto che il Workaholism definisce una dipendenza, anche se non del tipo abituale. Lavorare in modo eccessivo non è considerata una deviazione dalle regole della società, come nel caso dell’abuso di alcol e droghe o del gioco d’azzardo. Al contrario, i grandi lavoratori godono spesso di un buon status.

Viviamo nel mondo del progresso tecnologico, in cui è possibile lavorare ovunque (a casa, in treno e anche in vacanza) e in cui la lista delle competenze si aggiorna continuamente. Il lavoro non è più quello di una volta: alle persone vengono richieste maggiori capacità decisionali, flessibilità e apprendimento continuo. Un tempo queste qualità erano legate più ai ruoli manageriali, ma oggi sono diventate competenze richieste a tutti. Ai manager stessi viene spesso concessa molta più autonomia all’interno dell’azienda. Abbiamo molte più responsabilità sulle nostre spalle e spesso le persone sentono di dover fare sempre di più.

Questa responsabilità crescente, comporta ansie e paure che si spingono ben oltre le mura dell’ufficio. Ci raggiungono nelle cene in famiglia, poco prima di dormire, durante una passeggiata o un’uscita con gli amici. Da qui deriva questa tendenza a portare a casa il lavoro e a farne il proprio “tempo”.

Workaholism: il lavoro come fonte di felicità

Si è diffusa una dimostrabile pressione a raggiungere o mantenere il successo. Alcune persone provano un forte bisogno di sentirsi realizzate e di dimostrare il proprio valore. E laddove ci sia una personalità perfezionista e competitiva, la difficoltà di staccare dal lavoro diventa una conseguenza diretta. Si sente il bisogno di fare di più e meglio degli altri.

Il Workaholism è proprio alimentato da questa continua corsa verso il successo. Le dipendenze si creano perché generano una soddisfazione di qualsiasi tipo. E individuando i nostri obiettivi di vita in obiettivi lavorativi, rileghiamo le nostre “soddisfazioni” esclusivamente a questo ambito. Proprio come ogni altra dipendenza, nel momento in cui sentiamo l’eccitazione di esser arrivati al traguardo, automaticamente ne vogliamo sempre di più.

Sia chiaro, lavorare per raggiungere degli obiettivi non è la dinamica tossica della questione. Ma fare degli obiettivi lavorativi la nostra unica fonte di soddisfazione è l’accendino della nostra dipendenza.

Vivere per lavorare

Se un tempo si lavorava per vivere, oggi il lavoro è diventato parte del nostro “status” sociale. Abbiamo imparato a definirci tramite il nostro lavoro e a costruire la nostra vita attorno a esso.

Il riposo non è contemplato. Anzi, esiste una continua gara a chi lavora di più. Pensate a quelle frasi come: “Eh ma io oggi non mi sono fermata un attimo. Ho fatto questo, poi quello…” e così via.

Fino a pochi anni fa, avere del tempo libero per “rilassarsi” era considerato il sogno e l’obiettivo di tutti. Attualmente, avere le giornate occupate dal lavoro e dagli impegni sembra legittimarci come persone. Gli stessi giovani sembrano esser entrati in un circolo di produttività, al fine di essere la “migliore versione di se stessi“. “Versione” che però non contempla il riposo e il tempo libero.

I ragazzi di oggi stanno crescendo in un’epoca in cui l’eccellenza è spesso la norma e il precariato è proprio dietro l’angolo. Aumenta la concorrenza nel mercato, così come aumenta la necessità di distinguersi e cercare di eccellere per ottenere opportunità di carriera.

Parlare dunque di persone affette da Workaholism e le cause scatenanti, è quasi superficiale in un’epoca in cui probabilmente il “vivere per lavorare” sta diventando la regola. Ma è un rischio non considerare la dipendenza da lavoro un fattore tossico della nostra società.

Martina Capitani

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Ph: Workaholism – Photo Credits magazine.frezza.com