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Zack Snyder non è un buon regista – Parte 1: questione di stile

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Prima parte della nuova rubrica settimanale in cui analizzeremo il cinema di Zack Snyder, uno dei registi più discussi degli ultimi anni.

Zack Snyder è nato a Green Bay, Wisconsin, nel 1966. Ha iniziato la sua carriera come regista di video musicali nel 1989, per poi passare al cinema nel 2004, con il remake di L’Alba dei morti viventi. Da allora, sono trascorsi sedici anni, nei quali Snyder si è trasformato in una delle figure più controverse del cinema mainstream. Più discusso, se possibile, persino di Michael Bay, Snyder ha generato eserciti di fan e apologhi, ai quali si sono opposte armate di critici feroci. In vista dell’uscita dello Snyder Cut di Justice League, analizzeremo il suo cinema rivedendo e ri-analizzando tutti i suoi film. Cominceremo il tutto con una discussione riguardante il suo peculiare stile.

Premessa

Questa rubrica ha l’intento di analizzare il cinema di Zack Snyder, sottolineandone problemi, criticità, punti di forza e pregi. Anche se verranno citate e, in taluni casi, criticate, affermazioni dello stesso Snyder riguardanti i suoi film o la sua idea di cinema, va sottolineato che in nessun caso è intenzione di chi vi scrive insultare o sminuire in alcun modo la “persona” Zack Snyder. Questi articoli, e queste critiche, sono rivolte unicamente allo stile artistico e alle opere del regista di Green Bay.

Estetica

Ciò che salta subito all’occhio, quando si guarda un film di Zack Snyder, sono i colori cupi. Da Watchmen in poi, tutti i film di Snyder si sono fatti notare per una fotografia oscura e fredda, in cui le sfumature di blu e grigio la fanno da padrone. Il mondo in cui vivono i personaggi dei suoi film è sempre un posto spento, in cui il Sole splende di rado. Anche prima di Watchmen, però, le sue opere si segnalavano per uno stile visivo davvero peculiare. I toni di verde e giallo erano predominanti nella prima parte di L’alba dei morti viventi, prima di venire sostituiti dal già citato blu verso la fine, mentre 300 è ben noto per la sua fotografia virata a seppia, come se si fossero usate vecchie pellicole. Per larga parte della sua carriera, Snyder è stato accompagnato dal direttore della fotografia Larry Fong, che lo ha coadiuvato in quattro pellicole.

Indubbiamente, questo uso dei colori rende i film di Snyder immediatamente riconoscibili. Tuttavia, viene da chiedersi quanto questo insistere su toni scuri sia non solo appropriato, ma anche utile: molti dei suoi film non necessitano realmente di questa atmosfera dark, arrivando anche a danneggiarne la fruizione. Molte scene di Watchmen, Batman V Superman e Sucker Punch sono incredibilmente scure, oppure il contrasto è tale da non riuscire a distinguere determinati dettagli della scena. In altri casi, come in Man of Steel, ci troviamo di fronte a scene sovraesposte, in cui, a causa dell’eccessiva luce, non si capisce cosa stia succedendo.

Non c’è dubbio, però, che Snyder abbia talento nel realizzare i titoli di testa dei suoi film. Ancora oggi, l’intro di Watchmen rimane apprezzato per il montaggio e l’uso di The Times, they are a-changing di Bob Dylan. Anche l’intro musicale di Justice League e la parte iniziale di 300 sono particolarmente apprezzate per riuscire a imporre subito il mood della narrazione. Tuttavia, andrebbe evidenziato come questo mostri la capacità di Snyder nell’essere un ottimo regista di video musicali (che, come detto, è stato a inizio carriera), piuttosto che un ottimo regista cinematografico.

Altra caratteristica estetica molto riconoscibile di Snyder è l’uso del rallenty. Tutti i suoi film presentano scene in slow-motion, allo scopo di enfatizzare la spettacolarità dell’azione, o sottolineare la drammaticità di un momento. Benché molte scene risultino effettivamente beneficiare di tale tecnica, come la celeberrima sequenza del berserk di Leonida in 300, proprio quest’ultimo ne risulta ammorbato dal suo uso sproporzionato. Negli anni, però, Snyder ha gradualmente diminuito l’utilizzo dei rallenty, e i suoi ultimi due film, Batman V Superman e Justice League, ne presentano davvero pochi.
Altro guizzo registico molto comune nei film di Snyder è lo snap zoom, ovvero un ingrandimento improvviso di un dettaglio presente nella scena, normalmente in movimento. Man of Steel fa un ampio uso di questa tecnica, non sempre però con risultati positivi.

Tematiche

I film di Zack Snyder sono “cruenti e inusuali”, come recita il vecchio nome della sua casa di produzione (Cruel and Unusual films, ora The Stone Quarry), gestita assieme alla moglie Deborah. Le vite dei personaggi dei suoi film sono sconvolte dalla violenza, che li costringe a fare del male per difendersi (L’alba dei morti viventi, Sucker Punch) o per imporre la propria visione della giustizia (300, Batman V Superman). Problematico, però, è il modo in cui questa violenza è portata su schermo. Bizzarramente, benché Snyder affermi di voler proporre un “prodotto maturo” in cui la brutalità deve essere realistica e importante ai fini della narrazione, la violenza dei suoi film risulta spesso gratuita e fine a se stessa. Basti pensare alle scene di combattimenti di Watchmen: molta attenzione alle senza dubbio meravigliose coreografie e agli effetti speciali, ma pochissima alle conseguenze. La stessa scena finale di Man of Steel vede la città di Metropolis completamente distrutta e, subito dopo, ricostruita. È necessario attendere il sequel per ricevere informazioni riguardo tale situazione.

Questo non significa che nei film di Snyder non ci sia tempo per parlare. I personaggi parlano, e anche parecchio. Anche Sucker Punch, uno dei suoi lavori più brevi, è ricco di dialoghi, la maggior parte delle volte botta e risposta e one-liner d’effetto. Ciò che però perplime è di cosa parlino i personaggi e come lo facciano. Molti suoi film trattano temi come la giustizia e una visione critica della società: eppure, nessuno di essi giunge ad una conclusione su questi temi, né gli viene data la giusta attenzione. Quando succede, sovente è solo per qualche minuto, come nella importante scena con Superman e Lois Lane in Batman V Superman.
La sua trilogia DC e Watchmen, pur ponendo gli uni contro gli altri personaggi mossi da visioni differenti della giustizia, giunge a conclusioni bizzarre e spesso portate su schermo in modi davvero assurdi. Il remake de L’Alba dei morti viventi, poi, risulta privo della dissacrante critica al consumismo che aveva reso l’originale così apprezzato.

Sucker Punch è un film considerato “femminista” dal suo autore, perché ha per protagoniste delle ragazze che, in teoria, si ribellano a delle oppressive figure maschili. In realtà, la pellicola risulta un videogioco sparatutto con protagoniste giovani ragazze in abiti succinti che combattono per un pubblico per lo più maschile. “L’oppressione maschile” presente nel film, come se non bastasse, è qualcosa da cui le ragazze non si libereranno. Non a caso, all’epoca il film venne trovato misogino. Trovare del femminismo in Sucker Punch, per citare Luke Y. Thompson quando descrisse Non violentate Jennifer, “è un po’ come dire che i combattimenti fra galli sono a favore dei galli perché c’è sempre uno che resta in piedi“.

Ispirazioni e altre considerazioni

Nel novembre 2017, Snyder elencò i suoi film preferiti a Indiewire: Sentieri Selvaggi, Arancia Meccanica, Star Wars episodio IV, Interceptor – Il Guerriero della strada, Excalibur, Velluto Blu, Robocop e Anni ’40. Molti di questi film presentano somiglianze con i suoi: personaggi spesso ai limiti della legalità, giustizieri solitari, spesso con una loro rigida visione della giustizia, alto tasso di violenza e caos. Fa eccezione unicamente il drammatico Anni ’40.
Curioso come molti di questi film siano noti per presentare una visione molto profonda di violenza e giustizia, e di come questi risultino, in conclusione di questa lunga disamina, temi gestiti molto superficialmente nelle opere di Snyder. Il tutto tradisce una preferenza della forma sul contenuto.

Con questo, possiamo concludere la prima parte di questa rubrica dedicata a Zack Snyder. Il secondo episodio è previsto per la prossima settimana, con una recensione di L’alba dei morti viventi. A presto!

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