Indagine indipendente sul coronavirus: la richiesta di 116 stati all’OMS

Sono più di 100 i paesi che appoggiano la proposta australiana di un’indagine indipendente sull’origine del coronavirus da proporre all’Assemblea Mondiale della Sanità del 18-19 maggio. La riunione sarà incentrata sul rafforzamento del coordinamento globale contro la pandemia di Covid-19, che ad oggi ha contagiato oltre 4,7 milioni di persone e ha causato la morte a circa 315.000.

Si tratterà di un’assemblea di particolare rilevanza: l’incontro annuale arriva in un momento in cui l’OMS ha attirato un’attenzione globale senza precedenti per il suo ruolo di coordinamento e consulenza durante la pandemia, da molti considerato deficitario e troppo favorevole alla narrazione cinese.

La mozione australiana

La mozione richiederà che l’OMS di “avviare, nel momento più opportuno e in consultazione con gli Stati membri, un processo graduale di valutazione imparziale, indipendente e completo” circa la risposta internazionale alla pandemia e della risposta dell’OMS stessa.

La bozza della mozione non menziona la Cina o Wuhan esplicitamente, ma esorta la comunità sanitaria mondiale a “identificare la fonte zoonotica del virus e la via di introduzione alla popolazione umana, incluso il possibile ruolo degli ospiti intermedi, anche attraverso sforzi come missioni sul campo”.

La mozione richiede, inoltre, che la risposta alla pandemia sia gestita a livello mondiale, chiedendo “l’accesso universale, tempestivo ed equo e una distribuzione equa di tutte le tecnologie e prodotti sanitari essenziali di qualità, sicuri, efficaci ed economici, compresi i loro componenti e precursori richiesti nella risposta alla pandemia di Covid-19 come priorità globale”.

L’Australia accoglie con favore l’adesione dei paesi alla mozione

Soddisfazione per le autorità australiane, con il Ministro degli Esteri, Marise Payne, che ha salutato la decisione come “una vittoria per la comunità internazionale e l’Australia“, aggiungendo che è incoraggiante vedere così tanti paesi appoggiare l’inchiesta, e che ciò dimostra che c’è “una forte convinzione che sia opportuno impegnarsi in una revisione di ciò che è accaduto”.

Precisamente, i paesi che sponsorizzano la mozione sono 116 sui 194 partecipanti all’assemblea.

Il governo australiano punta a un voto unanime ma, secondo il regolamento interno dell’Assemblea mondiale della sanità, è sufficiente una maggioranza dei due terzi per far passare una mozione.

La “maxi coalizione” di stati conta tra le sue fila paesi quali Australia, Regno Unito, Russia, Canada, Nuova Zelanda, Giappone, tutti i paesi membri dell’Unione Europea ed un gruppo di 54 paesi africani, più altri stati che hanno aderito.

Nella riunione di oggi si voterà anche per decidere della partecipazione di Taiwan all’assemblea, dopo che il governo dell’isola ha aspramente rigettato la condizione imposta dal governo cinese, il quale ha espressamente dichiarato di acconsentire alla partecipazione di Taiwan solo nell’ipotesi che l’isola si definisca come parte della Cina. 

La crisi Australia-Cina

Sospiro di sollievo per l’Australia, che nelle scorse settimane ha subito una forte opposizione alla proposta da parte della Cina, che osteggia apertamente la proposta.

Alla fine del mese scorso, la proposta australiana di un’indagine internazionale indipendente sulle origini dell’epidemia di Covid-19 è stata percepita da Pechino come una manovra politica contro la Cina.

L’ambasciatore cinese Cheng Jingye ha lanciato una velata minaccia al governo australiano, dichiarando che la proposta avrebbe potuto spingere i consumatori cinesi a smettere di acquistare vino e carne prodotti dall’Australia.

Alle minacce sono seguiti i fatti: nel giro di pochi giorni, la Cina ha inferto pesanti colpi all’export del paese oceanico, prendendo di mira sia le produzioni di orzo che le industrie della carne bovina,

All’inizio della settimana scorsa, la Cina ha dichiarato che probabilmente imporrà pesanti tariffe di poco più dell’80% sulle esportazioni australiane di orzo a causa di accuse antidumping, sospendendo, contemporaneamente, le importazioni di carne bovina prodotte da quattro importanti impianti di lavorazione della carne nel Queensland e nel Nuovo Galles del Sud.

Le restrizioni alle esportazioni agricole australiane possono avere effetti devastanti sull’economia del paese. L’Australia esporta circa la metà dell’orzo prodotto proprio in Cina, per un giro di affari di circa 846 milioni di dollari. Il ministro dell’Agricoltura David Littleproud ha confermato lunedì che la sua richiesta di un colloquio telefonico con la sua controparte cinese è stata respinta.

Le autorità cinesi negano che ci sia un collegamento tra la richiesta australiana di un’inchiesta internazionale ed il blocco delle importazioni di carne australiana. Il portavoce del Ministro degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha dichiarato: “Abbiamo appreso che le dogane cinesi hanno rilevato ripetute violazioni dei requisiti di ispezione e quarantena concordate dalle autorità cinesi e australiane nell’esportazione di alcune carni australiane di prodotti a base di carne in Cina. Per salvaguardare la salute e la sicurezza dei consumatori cinesi, la Cina ha deciso di sospenderle immediatamente. […] Il dipartimento australiano competente è stato informato di questa decisione. La parte cinese ha chiesto alla parte australiana di condurre un’indagine approfondita per trovare la causa e affrontare il problema.

I precedenti delle sanzioni economiche unilaterali cinesi

La tattica non è nuova; già in passato la Cina ha utilizzato lo strumento del blocco delle importazioni per punire i paesi hanno adottato comportamenti invisi al governo di Pechino.

Nel 2010, la Norvegia ha subito delle restrizioni alle esportazioni di salmone in Cina subito dopo che l’attivista per i diritti umani, Liu Xiaobo, ha ricevuto il premio Nobel per la pace.

Quando la Corea del Sud installò sul proprio suolo un sistema di difesa antimissile americano, la Cina ha risposto prendendo di mira una delle più grandi catene di supermercati, che vide improvvisamente chiudere la maggior parte delle sue filiali cinesi per “violazioni della sicurezza”.

Più di recente, nel marzo del 2019, la Cina ha bloccato le importazioni di colza provenienti dal Canada dopo che i funzionari doganali hanno dichiarato di aver rilevato la presenza di parassiti in una spedizione del prodotto. In molti, però, erano conviti che il blocco fosse una rappresaglia contro il governo canadese, “colpevole” di aver arrestato Meng Wanzhou, CFO del colosso tecnologico Huawei, su richiesta degli Stati Uniti per presunta violazione dei divieti imposti nel trattare con l’Iran.

Come sottolineano gli accademici Darren Lim e Victor Ferguson, “la caratteristica distintiva delle sanzioni economiche unilaterali della Cina è la loro informalità. Piuttosto che annunciare pubblicamente sanzioni legali formali e collegarle a una disputa di politica estera, Pechino in genere nega che stia imponendo sanzioni economiche mentre spiega l’interruzione degli scambi facendo riferimento ad altre plausibili giustificazioni”.

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