Oltre 250 persone di che lavoravano nei centri antifrode nelle telecomunicazioni nello Stato di Karen in Myanmar sono state rilasciate da un gruppo etnico armato e portate in Thailandia. Sono stati accolti dall’esercito thailandese e sono in fase di accertamento per verificare se siano vittime della tratta di esseri umani. La scorsa settimana il primo ministro thailandese Paetongtarn Shinawatra ha incontrato il leader cinese Xi Jinping e ha promesso di chiudere i centri e città truffa che proliferano lungo il confine tra Thailandia e Myanmar.
Il suo governo ha bloccato l’accesso all’energia elettrica e al carburante dal lato thailandese del confine e ha inasprito le norme bancarie e sui visti per cercare di impedire ai truffatori di utilizzare la Thailandia come paese di transito per spostare lavoratori e denaro.
In genere, i lavoratori stranieri vengono attirati in questi città truffa da offerte di buoni stipendi o, in alcuni casi, ingannati facendogli credere che svolgeranno un lavoro diverso in Thailandia e non in Myanmar. I truffatori cercano lavoratori con competenze nelle lingue delle persone prese di mira dalla frode informatica, solitamente inglese e cinese. Vengono spinti a commettere attività criminali online, che spaziano dalle truffe amorose note come “macellazione del maiale” alle frodi sulle criptovalute, fino al riciclaggio di denaro e al gioco d’azzardo illegale. Alcuni sono disposti a fare il lavoro, ma altri sono costretti a restare anche se non vogliono, e il rilascio è possibile solo se le loro famiglie pagano ingenti riscatti. Alcuni di quelli che sono fuggiti hanno descritto di essere stati torturati.
Il Dipartimento investigativo speciale della Thailandia, simile all’FBI statunitense, ha richiesto mandati di arresto per tre comandanti di un altro gruppo armato noto come Esercito nazionale Karen. Tra i mandati figura anche Saw Chit Thu, il signore della guerra Karen che nel 2017 ha stretto un accordo con un’azienda cinese per costruire Shwe Kokko, una nuova città che si ritiene sia stata in gran parte finanziata tramite truffe.
Come funziona in queste città truffa, le Scam City tra la Thailandia e Myanmar
Le Scam City non sono i tradizionali call center criminali cui, per esempio, l’Europa è abituata dalle truffe che si originano da un link o da un messaggio sul cellulare. A differenza dei call center diffusi in Europa, nel Sudest asiatico si tratta di vere e proprie città di recente costruzione (come in Myanmar o nel Laos) oppure semplicemente di singoli edifici blindati da sbarre più o meno dissimulati in alcune importanti città dell’area (come Sihanoukville in Cambogia o Manila nelle Filippine). Le città – sul confine tai-birmano se ne contano una decina – sono piccoli centri avveniristici in vetrocemento con Casinò, hotel, uffici ed edifici interamente adibiti alla truffa online. È un fenomeno che, nato nel Sudest asiatico, si va estendendo sempre più a Occidente: dall’India, attraverso gli Emirati, sino in Georgia. Il loro controllo non è però solo una vicenda di pura criminalità organizzata. Coinvolge infatti dei veri e propri lavoratori schiavi: truffatori non per vocazione ma per obbligo, abbagliati dalla promessa di un guadagno tra 700 o 1000 dollari al mese. In Paesi dove un salario medio può variare tra 50 e 80 come in Myanmar o nelle Filippine e dove la povertà e la ricerca di un futuro migliore possono spingere un giovane abile col pc a finire nella rete criminale.
Secondo le Nazioni Unite, nel solo Sudest asiatico le centrali della truffa impiegherebbero oltre 200mila persone ma potrebbe essere una stima per difetto (sono 300mila secondo le autorità cinesi). Questi moderni cyber-schiavi, assunti con la promessa di laute ricompense salariali attraverso reclame sui social o da veri e propri uffici di collocamento criminale, giunti nel compound vengono privati del passaporto e del telefono e non vengono liberati finché non hanno raggiunto il target di profitto prefissato. Raggiunto l’obiettivo, sono liberi, anche perché si guarderanno bene dallo sporgere denuncia in quanto rischierebbero comunque la galera per truffa. Ma chi cerca di fuggire o protesta, viene picchiato, torturato e persino ucciso come raccontano le storie raccolte tra i rari fuggitivi. È un sistema ormai ben organizzato cresciuto a partire dal 2010 e in cui gli schiavi sono carnefici e vittime. Vittime due volte. Prima attirati nelle cyber prigioni e poi arrestati se – come raramente avviene – la polizia fa irruzione.





