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Aprile 13, 2021, martedì

4 marzo 1943: significati e allegorie nel brano simbolo di Lucio Dalla

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4 marzo 1943, canzone di Lucio Dalla composta da Paola Pallottino e incisa nel 1971. Un testo erroneamente attribuito come autobiografico: fu oggetto di censure al Festival di Sanremo 1971 dove si classificò al terzo posto. Il brano, simbolo per eccellenza del cantautore che ha come titolo la sua data di nascita, è la storia di una ragazza madre che ha un figlio con un soldato alleato.

4 marzo 1943: una canzone non autobiografica, l’incontro con Paola Pallottino e la censura

Sul testo di 4 marzo 1943, da sempre, aleggia l’erronea credenza che, la canzone, fosse interamente autobiografica. A questo proposito, l’autrice Paola Pallottino dichiarò in un’intervista su l’Avvenire:

”Voleva essere un mio ideale risarcimento a Lucio per essere stato orfano dall’età di 7 anni. Doveva essere una canzone sull’assenza del padre, ma poi è diventata una canzone sull’assenza della madre. Lucio la cantò la prima volta dal vivo nel dicembre del ’70 al teatro Duse di Bologna”.

Originariamente il titolo del brano doveva essere Gesubambino. Tuttavia, fu giudicato irrispettoso per la morale di quei tempi; così il maestro Ruggero Cini decise di sostituire la primordiale idea con la data di nascita del cantautore, ovvero, 4 marzo 1943. Non solo il titolo iniziale, poiché, anche altre parti del testo furono giudicate inadeguate. La frase “mi riconobbe subito proprio l’ultimo mese” divenne, in seguito, “mi aspettò come un dono d’amore fino dal primo mese”; un altro verso modificato fu: “giocava alla Madonna con il bimbo da fasciare” cambiato in “giocava a far la donna con il bimbo da fasciare”.

4 marzo 1943, in foto Lucio Dalla e l'autrice del testo Paola Pallottino - Photo Credits: ansa.it
4 marzo 1943, in foto Lucio Dalla e l’autrice del testo Paola Pallottino – Photo Credits: ansa.it

L’ultima strofa della canzone si concludeva con: “e anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino”; anche questo verso subì una modifica e si mutò in: “e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino”. Nonostante tutto, 4 marzo 1943 ottenne un successo notevole: fu inevitabile che il brano divenne il simbolo per eccellenza di Lucio Dalla.

La tematica della guerra, la povertà e la brevità della vita

4 marzo 1943 è la storia di una ragazza di sedici anni che rimane incinta di un soldato alleato: in seguito, quest’ultimo, morirà in guerra. Si evince una certa allusione alla brevità esistenziale di questa neo mamma, ancora troppo piccola per fare la madre. A ricordare questa storia, simbolo di tante storie di quel tempo, è il figlio ormai grande chiamato ancora, in età matura, Gesù Bambino. Nonostante il testo presenti peculiari caratteristiche di una ballata popolare con la presenza di quattro strofe uguali, alle parole si avvinghiano temi forti e crudi; la guerra, primariamente, e tutte le sue conseguenze: la vita da orfani che, inevitabilmente, molti bambini del tempo furono costretti a vivere sia per relazioni fuggevoli che per violenze, o morti premature. La povertà per strada, la miseria, la brevità di una vita appesa a un filo, quotidianamente, travolta dalle conseguenze degli eventi belligeranti.

4 marzo 1943: una metafora sull’infanzia di Lucio Dalla

Lucio Dalla crebbe con la madre, poiché, orfano di padre. Paola Pallottini affermò che il suo scopo iniziale, era scrivere un testo che narrasse una mancanza: 4 marzo 1943, infatti, doveva essere un brano in cui si descriveva l’assenza di un padre nel piccolo mondo in potenza di un bambino. Tuttavia, la stessa autrice dichiarò che nella stesura, pian piano, dalla semantica alla forma testuale fuoriuscì un testo che descriveva, con minuzia, un rapporto materno. Il testo è, quindi, un’allegoria cantata sull’assenza di un rapporto paterno ma che, tuttavia, riflette l’effettiva condizione del mondo di Lucio Dalla: un metafora sull’infanzia del cantautore di Bologna cresciuto con la madre.

Non c’è astrattismo in questo testo: è palese un realismo storico che toccò centinaia di bambini del tempo, nonché giovani madri. Metafore di storie nate durante la guerra da incontri effettivamente avvenuti fra giovani soldati e, spesso, ancor più giovani italiane. In un contesto storico che fa da sfondo a un realismo ben più prominente, si ha spazio per un’allusione di fede, oltre che a un parallelismo: i versi alludono, anche, alla vicenda evangelica che racconta la nascita di Gesù il cui, Padre, non è presente in terra e, a tal proposito, cresce solo con la Madre.

Antitesi, sfumature contrastanti e una genuina umanità

La censura di alcuni versi intaccò quell’aura neo-realista, pasoliniana a tratti, legata ad ambienti problematici intrisi di povertà. Tuttavia, l’autrice riuscì a far emergere sfumature di genuina e autentica umanità. Non mancano i contrasti, i parallelismi e le antitesi volontarie: il Gesù bambino di 4 marzo 1943, gioca a carte e beve vino con la gente del porto; ma anche il Gesù narrato dalla Bibbia era solito frequentare peccatori, pubblicani, gente di bassa estrazione o che affollava gli strati più poveri e malmessi delle città. La citazione in questione è ripresa dal Vangelo di Luca 5, 27-32:

«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Un’altra immagine malinconica e forte, al contempo, è quella contenuta nella seconda strofa del brano; versi in cui si percepisce un’effettiva solitudine ma, anche, tenerezza, ingenuità, disorientamento:

Così lei restò sola nella stanza,
La stanza sul porto
Con l’unico vestito, ogni giorno più corto
E benchè non sapesse il nome
E neppure il paese
M’aspettò come un dono d’amore
Fino dal primo mese
.”

Dai versi traspare una sorta di atteggiamento surreale, incosciente, disorientato della novella mamma; effettiva constatazione ripresa nella strofa successiva con il verso: ”giocava a far la donna con un bimbo da fasciare”. L’autrice, però, pare sottolineare il grande coraggio di questa sedicenne che accoglie questa responsabilità, aspettando quel bambino non previsto con l’amore di una madre adulta, assennata: una relazione fugace con un uomo straniero che le regala il dono d’amore più bello.

4 marzo 1943 - Photo Credits:
agorametropolitana.it
4 marzo 1943 – Photo Credits:
agorametropolitana.it

Si piomba, nuovamente, in quella evidenza neorealista che pervade quasi tutto il brano: l’immagine contenuta nel verso ”con l’unico vestito ogni giorno più corto” è, probabilmente, la metafora più struggente e delicata di 4 marzo 1943: la gravidanza avanza, il pancione cresce naturalmente e il vestito sul davanti si accorcia; una visione straziante che attesta come la ragazza verta in una condizione di povertà assoluta, tanto da non riuscire a comprare neppure un abito più consono.

4 marzo 1943: una canzone neo-realista

Appare inevitabile non fare paragoni sulle ambientazioni storiche di questo brano. 4 marzo 1943 è una vera e propria porzione di vita reale che colpì numerose donne di quel periodo. Molte ragazze ancora troppo bambine furono costrette ieri, come oggi, a crescere in fretta crescendo anche i loro bambini: sopravvivere in due, da sole, senza aiuti:

”Compiva sedici anni
Quel giorno la mia mamma
Le strofe di taverna
Le cantò la ninna nanna
E stringendomi al petto che sapeva,
Sapeva di mare, giocava a far la donna
Con il bimbo da fasciare.”

“Le strofe di taverna, le canto’ a ninna nanna”, emblematico questo verso se si pensa come una taverna non sia un posto adatto a un neonato ma neanche a una ragazzina di sedici anni. E tuttavia una donna, nel suo germogliare, che non si risparmia ma dà a quel bambino non previsto tutto quello che possiede: la dolcezza e la tenerezza di questo verso descrive questa giovane madre intenta a cantare nenie apprese da quel contesto in cui era costretta a vivere. Un contrasto potente e, allo stesso tempo, colmo di forza di volontà e meraviglia.

E forse fu per gioco o forse per amore
Che mi volle chiamare come Nostro Signore
Della sua breve vita il ricordo,
Il ricordo più grosso, è tutto in questo nome
Che io mi porto addosso
.”

Una vita che tenta di sopravvivere lottando per sé stessa e per proteggere un’altra vita indifesa ma che, successivamente, è stroncata: la giovane mamma resta su questa terra per poco tempo e, così, il ”Gesù bambino” si ritrova orfano anche di madre. Un affresco tristemente tragico, uno spaccato esistenziale di uno dei peggiori periodi della storia moderna, un dipinto a parole di emozioni contrastanti, sensibilità e storie di vita realmente vissute.

Stella Grillo

Foto in copertina: 4 marzo 1943 Lucio Dalla – Photo Credits:ecampania.it

 

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Stella Grillohttp://wwww.metropolitanmagazine.it
Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura. Italo Calvino
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