Cronaca

Il caso Moro e quei covi mai perquisiti

La Procura di Roma potrebbe riaprire l’inchiesta sul caso Moro alla luce degli ultimi documenti ricevuti dalla commissione parlamentare. Le carte fanno emergere ancora una volta le incongruenze sui fatti di Via Fani e sui 55 giorni che seguirono. La commissione d’inchiesta sostiene che gli atti vadano riesaminati.

Via Fani poco dopo il sequestro di Moro (Foto dal web)

Già nel 2017, la Commissione parlamentare presieduta dall’Onorevole Fioroni aveva redatto dei documenti che, sulla base di diverse testimonianze, mettevano in dubbio la stessa prigione dello statista democristiano. Da sempre gli organi investigativi danno per certa l’ubicazione della “Prigione del popolo” in Via Montalici, zona Magliana. Dall’analisi della relazione emerge invece il quadrante Balduina-Trionfale. Secondo le ricostruzioni ufficiali, in quella zona sarebbe avvenuto il trasbordo di Moro su un furgoncino che successivamente lo avrebbe portato a Via Montalcini, dove il Presidente della DC avrebbe trascorso tutti i 55 giorni di prigionia. Ora questa versione viene messa in dubbio, diversi testimoni e una fonte ritenuta attendibile dalla Guardia di Finanza, indicavano già all’indomani del rapimento, la probabile presenza di covi brigatisti in zona Balduina. In particolar modo nel complesso di Via Massimi 91, un condominio molto particolare, al cui interno in quel periodo risiedevano alti prelati e personaggi molto vicini alla galassia brigatista. Si legge nella relazione:

“Altrettanto significativa è l’individuazione, nella zona della Balduina, di un
complesso, di proprietà dello IOR, che ospitò nella seconda metà del 1978
Prospero Gallinari e che era caratterizzato dalla presenza di prelati, società
statunitensi, esponenti tedeschi dell’Autonomia, finanzieri libici e di due persone
contigue alle Brigate rosse. Complesso che, anche alla luce della posizione,
potrebbe essere stato utilizzato per spostare Aldo Moro dalle auto utilizzate in
via Fani a quelle con cui fu successivamente trasferito oppure potrebbe aver
addirittura svolto la funzione di prigione dello statista.”

Se questa ipotesi trovasse riscontro, cadrebbe una buona parte dei cinque processi sul caso Moro, ad allarmare è il fatto che queste conclusioni sono state redatte alla luce di testimonianze rese nello stesso Marzo del 1978. Totalmente ignorate in passato, sarà più che improbabile trovare delle prove a quarant’anni di distanza. Un altro punto riguarda la scelta dei brigatisti di rapire proprio Moro, durante tutti gli interrogatori i terroristi sostennero che la scelta ricadde su di lui a causa dell’eccessiva protezione degli altri quadri della DC, in particolare di Andreotti. Fu proprio Andreotti a smentire questo fatto, affermando che tutte le mattine si recava in chiesa con un solo uomo di scorta, passeggiando per il centro storico di Roma semideserto. La stessa data del rapimento, anche quella secondo i brigatisti totalmente casuale, sembra far parte di un piano molto più ampio. Quel giorno infatti si votava la fiducia al primo governo DC con l’appoggio del Partito Comunista. Secondo quanto riportato da chi prese parte all’azione quello del 16 Marzo era solo il primo degli appostamenti ma, non vi era la certezza che proprio quel giorno Moro sarebbe passato per Via Fani. Queste dichiarazioni presentano alcune contraddizioni, in primo luogo quanto accaduto quella mattina sotto casa di un fioraio. All’incrocio dove è avvenuto il rapimento all’epoca era ubicato un fioraio. Secondo quanto raccontato da Prospero Gallinari, il fioraio si sarebbe ritrovato sulla linea di tiro brigatista. Per evitare ciò, la notte precedente al rapimento, vennero squarciate le gomme del furgone del commerciante rendendogli così impossibile recarsi a lavoro.

Prospero Gallinari (Foto dal web)

Questa azione poteva essere necessariamente svolta una sola volta, non si può pensare che quella del 16 Marzo fosse solo una delle date possibili. Il fatto che Moro fosse inviso all’amministrazione americana non è un mistero, come Ministro degli Esteri aveva stretto importanti relazioni con il mondo arabo, in particolar modo con i Palestinesi e, come se non bastasse, da Presidente della Democrazia Cristiana, era stato l’artefice di quello che venne definito il compromesso storico. Senza alimentare il complottismo strisciante che da sempre caratterizza i misteri italiani, sarebbe opportuno una volta per tutte, dopo cinque processi e quasi altrettante commissioni di inchiesta, fare chiarezza su quanto avvenuto in quei 55 giorni che cambiarono l’Italia.

http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/pdf/68/audiz2/audizione/2017/12/06/leg.17.stencomm.data20171206.U1.com68.audiz2.audizione.0162.pdf

Back to top button